CUADERNITO I

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TERRITORIO DA INQUIETAÇÃO – I

os muros, paredes, tabiques
deviam ser proibidos pelo olhar

elementos pessoais

falo
digo
escrevo
o que algures
por vezes, penso

ouço
divago
a essência do céu
a carência terrível
do ar,
água
ou carícia
que faz os homens
terem asas

coisas da vida

a vida não vai à velocidade do vento
nem anda com sapatos de veludo
sobre a areia
uma brisa a descer a montanha, talvez

sacramento

o pão traz a culpa
do homem
em entranhas
de miolo e suor
e um ferro de arado
antecipando a terra fresca

uma vez,

chegámos aqui
numa película de recolhimento

será o tempo que é tempo
muito ou pouco,
e não sabemos bem o transparante
de um vidro numa janela aberta
o que ele é, não sabemos
ou ao que cheira, que paladar entrega
na boca, que imobilidade possui

tão pouco é o que temos na mão
desde que o aconchegámos
à geografia dos olhos

neste país possível

desfazemos o amor mais terrível
na carne do corpo expectante
na concepção de um Outono que se atrasa
a beber o vinho mais doce
ao embriagarmos o tempo e os campos
na demência livre
que ainda não conseguimos visitar,
por vezes
quem somos fica na perfunta
e por vezes andamos delicadamente
à frente da ironia
porque é para aí que nos levam os pés
descalços
e um corpo de quem se gosta

e o esquecimento do futuro
faz-se depois, com a chuva quente
primitivamente manchada pelo Verão
onde há um vinho extraviado
ordenhado              ao encontro do chão.

por vezes
a tarde morre ausente, tão vegetal, sadia
à sombra sincera da beira-mar
e desmancharemos nela a carne e o amor
mais horrendo deste corpo,
tão terrível e aprazível
quanto a língua
é mais que um silêncio repentino
de cada coisa,

               eis-nos
diligentes
a viver pela razão de viver
e nos achamos dentro da carne inigualável
chamada fúria,
a carne enlouquecida é a desta pátria
sem matéria
e por vezes
o mar entrará dentro de casa antes do fim
da tarde
e voaremos na palma fechada de cada mão
ao encontro de um futuro de todos os mundos
que é feito da ausência grave
ou urgente, talvez esquecida
esta que é a incomensurável precisão
essencial
do grande sonho

– A Geografia serve, antes de mais, para fazer a guerra
Yves Lacoste, La Géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre (1976)

A geografia humana

na excêntrica geografia do corpo
a cartografar-se à superfície da pele
a complexidade da língua, a humidade polar
o fel do espírito
um espectro de sal
a escolha da insónia como mapa,
a narrativa de um imenso, infinito céu
por acordar:

havia um hífen magnético e um des-fazer
(para que se contineu a fazer)
da orientação a geografia dos lugares
– és-me a topologia do corpo vivo

havia algures um Norte perdido
que mantinha em si as amarras vivas
do tempo
era contínua a peregrinação vertical da vontade
e havíamos sido uma carne desejada pela noite
como só tu e eu queríamos
– nenhuma perda era irreparável

(em cada país residem veias parnesianas
e musas metalinguísticas, – diferentes aromas)
uma raiz fêmea
enchia-se com o erotismo das coisas
com o silêncio ávido das brincadeiras
– poéticas e políticas coisas
e nas suas mãos segurava-se
o futuro
antes que se esgotasse a plena vida
dos lugars comuns.


GRIFONE

        La festa di Sant’Antonio, a metà giugno, si svolgeva nel mio quartiere, nella via Santa Cecilia. Avevo poco più di cinque anni. Mi ricordo ancora la strada invasa dai banchi e dai fornelli dei venditori di ‘calia e simenza’, nei posti occupati abitualmente dai carri e dai cavalli destinati ai trasporti di merci per le ferrovie. Mi è rimasto nei sensi il profumo gradevole dei ceci abbrustoliti, ricordo degli anni d’infanzia. Sullo sfondo, nel cielo del sud, s’innalzava il pennacchio di fumo del Mongibello.

Giunse il caldo agosto. L’aria d’estate lambiva la pelle con aliti caldi di brezza marina. In piazza, davanti al Municipio, c’erano le due statue di cartapesta, enormi, dei giganti Mata e Grifone, lei con la pelle bianca e l’aria tronfia, una corona turrita sulla chioma, montata su un cavallo bianco, e lui moro, riccio e barbuto, con una corazza argentata, su un cavallo nero. Statue alte otto metri, che torreggiavano sulla mia statura di bambino e si stagliavano contro il cielo azzurro. Ero ammaliato dalla vista di quei simulacri colossali, che si diceva rappresentassero i mitici fondatori della città. Sarò stato un tenero bambino, ma già allora m’ispirava simpatia quel Grifone, con la barba nera riccioluta e il cavallo nero come pece, molto più di quella Mata cicciottella, dalla carnagione stinta e insignificante, che pure la consuetudine vorrebbe mostrare come vittoriosa.

Sul palco, eretto davanti al grande Monumento ai Caduti, si svolgevano canti e balletti popolari. Volevo diventare uno di quei ballerini. Ho ricordato negli anni quelle musiche e quelle danze, li ho sognati in molti periodi della mia vita come ricordi di un’infanzia felice. L’indomani, Ferragosto, la città intera si riversò nei viali e nelle piazze, per la festa della Madonna Assunta e la processione della Vara. La gran macchina scenica di legno, trascinata da centinaia di fedeli a piedi nudi, vestiti di bianco, si mosse a traversare la città. Tanti cori d’angeli che salivano verso il cielo, con la forma d’un cono di gelato capovolto (o diritto? In realtà, ‘capovolto’ è il cono del gelato). In cima, all’altezza d’un palazzo di cinque piani, una statua del Redentore sembrava sorreggere la Vergine per un piede, in una posa da balletto classico, e in realtà avrebbe voluto sospingerla ancora più in alto, verso il cielo. Se mi ricordo bene, allora, nella parte bassa, oltre alle statue e alle decorazioni scolpite, c’erano anche girotondi di bambini in carne ed ossa, con vestiti bianchi e coroncine di fiori tra i capelli. Il pubblico si accalcava intorno, con gran fervore, tra grida ed esortazioni ai tiratori, i bambini sulle spalle dei loro genitori, per vedere al di sopra della folla. Soprattutto nel punto della ‘girata’, dove le file dei tiratori compievano sforzi di destrezza per far compiere uno stretto angolo all’enorme macchina scenica. Era come una gara, da un anno all’altro, per compiere quella manovra con la miglior precisione. Dopo la girata, la processione proseguiva, ma la gran festa popolare sciamava verso il Corso per diventare passeggiata, alla ricerca d’un gelato o d’una granita.

Per andare a Punta Faro si percorreva una lunga strada sabbiosa, che passava tra i laghi di Ganzirri, dove si allevavano le cozze. Una distanza, in tutto, d’una quindicina di chilometri. Ho saputo che oggi il panorama è molto cambiato, ma allora si andava veramente in mezzo alla natura vergine. Vicino alla punta estrema, stavano erigendo il gran traliccio dell’elettrodotto che avrebbe collegato la Sicilia al continente, una torre metallica alta più di duecento metri, svettante nel vento e nell’azzurro terso del cielo.

Quell’estate andai anch’io a Ganzirri e Punta Faro, sulla canna della bicicletta del mio fratello maggiore. Parecchi anni più grande di me, aveva già finito il Liceo ed era pratico di tutti i percorsi che potessero meritare una gita in bici. Qualche volta, volle anche compiere l’impresa di portarmi in alto sul colle di Matagrifone, sino al Sacrario di Cristo Re, a godere il panorama di tutto lo Stretto.

La mia fantasia era rimasta colpita dall’idea di raggiungere la punta, che finiva acuta là dove si congiungevano le onde di due mari. Al solo pensiero, avevo la sensazione d’esser sospeso, proteso in una dimensione instabile, dalla quale la minima scossa, la più piccola vibrazione, avrebbe potuto sconvolgere tutto, tutto travolgere nei flutti.

Pensavo di vedere le acque muoversi vorticose, come nel racconto fantastico di Scilla e Cariddi. Volevo in ogni modo andare a bagnare la punta del piede proprio là, sull’ultima estremità dell’isola triangolare… era come stare sulla prua d’una nave che solcasse le onde, e pensavo a quelle colonne sottomarine, che reggevano l’isola da sempre, come una gran piattaforma petrolifera, e all’eroico pescatore Colapesce, che un giorno s’era tuffato per rimediare alla loro fragilità. Cercavo di scrutare nelle trasparenze di quell’acqua cristallina, mi pareva di scorgere i pescispada che giocavano con le costardelle, qualche sirena dai capelli incrostati d’alghe, relitti e tesori… ma non sarei certo riuscito a vedere Colapesce, che si trovava nelle profondità, coperto alla mia vista, poiché doveva sorreggere la colonna che portava la punta dell’isola.

Credevo, allora, che la mia vita sarebbe proseguita così, linearmente, e invece… solo pochi mesi, e non sarei mai più ritornato ad abitare nel mio luogo natale. Partii per il nord, con la mia famiglia, l’inverno seguente. Arrivai in una piccola città provinciale, a metà gennaio, con i marciapiedi trasformati in trincee, tra alti parapetti di neve compressa. Mi trasferii dal porto della Fata Morgana ad una delle città più nebbiose della Pianura Padana, dove è raro vedere una collina o una montagna. Oggi, nelle giornate limpide, con un po’ di vento che ripulisce l’aria, anche da qui si vedono i monti, in particolare il Monte Rosa, che si staglia sull’orizzonte, con la sua sagoma inconfondibile… ma allora, con tutti i fumi delle industrie che ammorbavano l’atmosfera, non mi ricordo che mai si vedesse. Un ambientamento senza dubbio difficile, insieme a compagni di scuola che parlavano in modo diverso e sprezzante del bambino venuto dal Sud.

Dopo gli studi, ho trascorso molti anni in Africa, in varie parti, impegnato in progetti di cooperazione internazionale, da un lato e dall’altro del gran deserto, in terre che s’inaridivano, tra gente assetata, che viveva ai limiti della resistenza. Lì ero io che “arrivavo dal Nord”, da un mondo industriale, da una realtà sempre più incurante dei valori profondi della gente.

I ricordi infantili sono rimasti in un angolo della memoria profonda, riemergendo solo di tanto in tanto, in maniera inconscia, nei sogni della notte. La verità è che in nessun altro posto mi sono mai più sentito veramente ‘a casa mia’. Altrimenti, forse, il mio lungo viaggio si sarebbe fermato in uno qualsiasi dei luoghi del mondo nei quali ho vissuto: in Somalia, in Mozambico, in Algeria, nel Mali o in Senegal.

Mi sentivo a casa mia quando ritornavo in Africa, ogni volta che scendevo dall’aereo nella notte calda, coi grandi ventilatori che ruotavano, il controllo dei passaporti e poi via, verso una casa in riva all’oceano, in mezzo al deserto, sulla sponda d’un fiume popolato da ippopotami o nel patio d’una casa moresca, in un’oasi profumata di zagara, inondata dal richiamo del muezzin. Casa mia, più di quella d’adozione, che avevo lasciato al 45° parallelo Nord. Mi sentivo un poco di più a casa mia quando abitavo ad Algeri, dove il santuario di Notre Dame d’Afrique, su un alto colle che domina la vista sul mare, mi ricordava il ‘mio’ Cristo Re.

Vivere in Africa è stato come essere una di quelle onde che lambiscono i lidi degli oceani: fra tante altre, un giorno o l’altro, ne incontri di nuovo qualcuna. Così è stato per le mie amicizie, e ancor più per i conoscenti abituali. La boscaglia, la savana, il deserto sono come mari, le piste li attraversano come rotte e i punti di sosta e ristoro sono come porti, dove chi ritorna è riconosciuto per i suoi ricordi. Quando sono ritornato, mi sono reso conto che la società moderna, grande, aperta, internazionalista, aperta verso il mondo della solidarietà, era in realtà un piccolo paese, nel quale ogni piccola sfumatura di lingua o di sorriso era riconosciuta. Ormai il mio modo d’esprimermi era irreversibilmente diverso, il mio sorriso era diverso: guardavo le persone negli occhi e non le valutavo dallo splendore della punta delle loro scarpe.

Sapevo fare molte cose, sapevo districarmi in circostanze difficili e dialogare in tre lingue diverse, con uomini del popolo e con ministri. Inspiegabilmente, però, sembrava che non fossi mai esistito, neppure per i vecchi amici, o che fossi stato assente per secoli dalla città in cui ero cresciuto: un moderno Ulisse.

Gli amici di tutte le mie ‘diverse vite’ si sono dispersi, ciascuno annegato nel proprio mondo quotidiano. Chissà dove sono, in questo momento… Dove sarà finita la veggente senegalese che praticava esorcismi in un cortile, sotto il sole, con gli assistenti che sgozzavano galli e capretti sulla testa dei suoi ‘pazienti’?… e quella signora, figlia di uno dei primi italiani sbarcati al tempo della guerra d’Africa, che ricordava la propria gioventù come “il tempo in cui i barambara volavano”? Barambara, in lingua somala, è il nome del rosso scarafaggio africano, dalle lunghe antenne, che appare di notte, in orde fameliche, per impossessarsi della casa buia, e poi scompare alle prime luci del giorno. I barambara, in Africa, si trovano dappertutto, anche lungo la parete della doccia, a solleticarvi con le loro lunghe antenne. Mi è capitato persino di trovare qualche cucciolo di barambara stirato, insieme alla biancheria appena tolta dal cassetto. Essi si alzano in volo, però, in un solo periodo dell’anno: nella stagione degli amori. Un volo goffo, che dura poco, come quello delle più eleganti farfalle, come tutte le cose effimere, come la fioritura del baobab o la felicità della stagione giovanile.

Molto tempo è passato dalle gite in bicicletta a Ganzirri, ormai più di sessant’anni. Nella mia storia non c’è stata nessuna crozza, non c’è stato nessun cannone. Ci sono piuttosto uno scarafaggio rosso, la nera barba riccioluta di Grifone, il fumo e l’odore della calia tostata, i ritmi delle danze tradizionali…

Una speranza segreta mi dice che laggiù, oltre l’Equatore, qualcuno mi aspetta sempre, nella penombra, dietro il grigliato d’una persiana, nel profumo intenso dei fumi d’incenso e dei fiori di gelsomino. Sarò accolto con un semplice cenno del capo e un gesto affettuoso della mano, come se fossi uscito mezz’ora prima per andare a prendere il pane, o la frutta al mercato. Come qualcuno della famiglia, del quale si conosce l’andatura, il profumo, la sagoma delle spalle quando s’allontana e il rumore dei passi quando ritorna.

Non riesco a pensare la stessa cosa della città sullo Stretto, dove non ho lasciato amici, non ho lasciato ricordi d’amori passionali né compagni di studi. Mi sono rimaste impresse le visioni dei primi ricordi dell’infanzia, i profumi di rosa e gelsomino della casa in cui sono nato, l’aria di casa che non ti abbandona mai, neppure all’altro capo del mondo.

Quante volte ho sognato, nelle notti profonde, quelle danze in costume al suono dei tamburelli, il gigante Grifone, di cartapesta, dalla nera barba riccioluta, la strada che si snodava lungo la striscia di sabbia tra i due laghi litoranei e il blu del gran vortice profondo, il richiamo delle sirene…


ARRUINARON TODA MI VIDA

       Mi mundo, el que viví, el que siempre me gustó, había desaparecido. La maldita crisis, puta crisis, acarreó el hundimiento de todo lo que siempre consideré necesario. Me dejo huérfano de necesidades porque ya no podía cubrirlas y comprobé asombrado que podía vivir sin ellas.

Mi vida fue todo un engaño, trabajar como gilipollas para conseguir cosas que ni puta falta hacían, amigos de copas y barra de bar revoloteando hacia la luz de la codicia ardieron como polillas cuando yo me apagué. Ahora lo sabía, tarde y con rabia vivía consolándome con el fantasma blanco, quería destruirme poco a poco, sin cojones para el suicidio elegí devastarme. Contemplaba la miseria que antes odié pero ahora necesitaba, no tenía más remedio, era lo único que podía tener, la miseria que me rodeaba. Era parte de ella, y no solo me sentía bien, esperaba hundirme hasta el fondo en aquella mierda.

Tuve que adoptar un rol sarcástico, me veía en esta cruel tesitura por la codicia de unos hijos de puta, la mayoría de los cuales se han librado de pagarlo. Perder todo lo que tanto me costó tener, cosas que encima no eran necesarias como creía para vivir, ¡qué vil engaño!, incluso ser abandonado por mi pareja, otro fracaso más. No se lo perdonaría nunca a esta puta sociedad, no necesitaba contemplar tan temprano mi fracaso, el desmoronamiento de la estúpida vida que con tanto ahínco había construido, como tantos gilipollas, engañados por una miserable sociedad.

Mientras pensaba en tales putadas, contemplaba en el camastro del fondo a mi compañero de piso, tan gordo y sudoroso, tumbado panza arriba, resoplando su miserable vida. Más de una vez, paranoias generadas por mi fantasma blanco, pensé en estrangularlo con mis propias manos, pero su cuello era exagerado y toruno. Estaba condenado a pasar lo poco que mi fantasma me dejara vivir soportando a ese cerdo mal oliente, incapaz de caminar ni por una vez a la ducha. Tampoco me extraña. Lo que debía ser el cuarto de baño era lo más parecido a una fétida cloaca y allí defecábamos. Allí… yo que antes me la cogía con papel de fumar.

El cerdo resoplaba con irritantes berridos, a veces rechinaba los dientes como si tratara de serrar el cadáver de su puta madre, si es que ese gorrino tuvo alguna vez madre. Tenía que soportarlo, solo no podía pagar el alquiler, la miseria que esta inmunda habitación costaba. Cuarenta grados, sobre el techo solo el Sol, ventilación imposible, el puto viento tenía a bien no soplar en aquella infernal tarde. Con este cuadro, al gordo se le escapó un pedo, ¡qué asco!, pero así fue. Resultó que le salió rana, marrón y mierda, poniendo perdida la cama que ya de por si estaba perdida, ni darse cuenta el jodido. El olor, calentado a fuego lento como sabroso guiso era agrio, espeso, penetraba hasta el fondo del alma. Ni Dios podía aguantar aquel gas ciclón de baratillo.

Me puse pantalón, una camiseta grasienta y me largué, porque matar al morlaco panchudo era un trabajo que se volvía imposible por la cortina de gases que la mierda, el calor y su resudación, convirtieron su camastro en trinchera infranqueable.

El portazo que di solo sirvió para que otro pedazo de yeso del marco se viniera abajo, bonita quedaba la puerta. ¡Hostia, las llaves!, ¡qué mala leche!, sin llaves, que dentro quedaron, sería imposible volver a entrar por el estado de somnolencia en que el verraco se encontraba y eso, si los humores que su flatulencia habían producido no fueran lo suficiente nauseabundos para matarlo de asco.

Aquello pintaba de maravilla, sin llaves para entrar, ni dinero, con calor y un domingo sudoroso y sangriento al que le quedaba la suficiente vida para matarme antes de morir él.

Pensé pasar por el piso de Are. Vivía en la planta de abajo, y bien mirado era el lugar más próximo donde podría llegar en mi penosa tesitura. Además tenía un ventilador que le regaló su último novio. Solía tener la puerta abierta para que el aire se diera una vuelta de vez en cuando, aunque fuese porque el ventilador lo empujaba y lo volvía a empujar cuando volvía a entrar, más caliente si tal cosa era posible.

Are estaba dejada caer en su sofá en tanga, las tetas al viento, intentando escapar del suplicio.

─Hola nana.

─Que tal Paco, aún sigues vivo con este puto calor. ─Sentenció amuermada.

─No te quejes niña, por lo menos en ventilador se puede aguantar esta mierda. En mi pocilga, con mi cerdo de mascota, no hay quien pare. Para más desastre, dejé las llaves dentro y para despertar al cenutrio de mi compañero me va a costar “lloros de viuda”, así que si quieres compañía, aquí la tienes.

─ ¿No será una excusa para pegar un polvo, con la que cae?

─Chiqui, ahora ni estoy salido ni estoy loco. Si estoy caliente es por la meteorología imperante, nada que ver con tu cuerpo saleroso.

Su nombre era Macarena, verán si lo de Are no parece sinónimo de pija, pero no, era una tipa inteligente y mordaz para poder hablar con ella de lo que nos apetecía y como estaba buena, y nos gustábamos follar cuando queríamos.

─Me pregunto muchas veces como es posible que en esta finca malviva la variopinta fauna que existe, te incluyo en especial a ti ─, comentó Are, con sorna y buena razón.

─Chiquilla, bajo los cimientos del edificio hay restos de un cementerio judío, sus ánimas están molestas desde que construyeron esta mierda encima. Por eso y para jodernos, atraen con su magia de almas penadas a todos los pordioseros más grotescos de la barriada.

Decidí tumbarme en el trecho de sofá que Are dejaba libre para que la ventolera del aparato me diera de lleno y así enfriar mi sesada que poco a poco se estaba desvaneciendo por el puto calor.

Quizás di una cabezada, lo bien cierto es que durante una hora conseguí evadirme de este podrido domingo. Somnoliento imaginaba una bañera llena de acido sulfúrico donde el aparejo que construí, a modo del que le construyeron a Martin el Humano para poder dar un polvo regio, me permitía levantar al cerdo de mi compañero de piso y soltarlo en la bañera. La sensación que me producían sus alaridos de dolor, su cara mientras se iba descomponiendo por el benefactor efecto del ácido era sueño angelical que la irrupción de alguien en el piso de Are, me devolvió a la realidad, comprobando que ni había ácido ni podía cepillarme a Desiderio. Del sobresalto, casi caigo del sofá.

Había entrado Amparito, la vecina del primero, cojitranca, borrachuza, mala leche y solitaria, causa o efecto de todas sus donosuras. Venía a ponernos de mala leche, estoy seguro que era lo único que para ella justificaba su miserable soledad, joder al prójimo.

─Pareja, creo que Rosauro está almacenando bombonas de butano para mandarnos a todos a tomar por culo ─.Espetó sin ni siquiera saludar.

─Amparito, que burra eres, ¿cómo que almacenando bombonas?, ¿cómo lo sabes? ─, le pregunté aún sin centrarme, por el sobresalto.

─Si mujer, solo nos faltaba salir volando como el facha de Carrero ─. Comentó Are.

─Are, que sí, que le he visto subir bombonas. Que tiene el pasillo naranja subido. Y no creo que las quiera para su estufa en pleno verano. El Rosauro vivía en el primer piso, era un cuarentón que se quedó colgado en alguna “rave” antañona, a base de “tripis” y setas, allí estaba aún. De todos los vecinos, era el menos vecino, porque estaba muy lejano. Aquel mal viaje que un día se pegó, le había dejado en el limbo.

Mientras pensaba en Rosauro, Amparito cansada de incordiar, y visto que nadie le dijo que se sentara al fresco se fue, pero la mala puta, porque mala leche tenía para amamantar una piara de cerdos, cerró de un portazo y eso, en agosto, en aquella tarde maldita, era una manera de intentar acabar con nosotros. Pero yo, raudo, abrí la puerta mientras le recordaba a Amparito de que mal se iba a morir. Ni se enteró la muy lerda, ya estaba perdida en la apestosa escalera.

Me senté otra vez en el bendito sofá, aireado por el maravilloso ingenio de la tecnología, por esas aspas que puteaban al aire y le obligaban a romper el impenetrable calor que hacía, y me repito, porque el puto calor no menguaba con el paso de la tarde dándonos alguna oportunidad de vida. En ese instante pensé que Einstein no se molestaría, por pensar que el ventilador y el aire acondicionado, eran los mayores descubrimientos de la ciencia del siglo veinte.

Estos profundos pensamientos eran gemidos de las neuronas que se me iban deshilachando por los efectos del calor, de esas heroínas que luchaban con todas sus fuerzas por no convertirse en fluido recalentado.

Ya empezaba a desaparecer el puto Sol, y la niña quiso invitarme a tomar algo en la terraza de la plazoleta, a pocos metros de nuestra finca con la esperanza de aprovechar el fresco que implorábamos siguiera a la desaparición del astro rey, ese hijo de puta pletórico en pleno verano mediterráneo.

Era una tía maja Are y no me hubiera importado, en otra situación, tirarle los tejos en plan serio. Pero, no solo la edad era barrera importante, además mi ruina de vida no debía compartirla con una persona tan sensible como ella. Bajamos las escaleras sin agitar demasiado el aire para que no se diera cuenta y nos atacara convertido en viento abrasador. Al pasar por la puerta de Rosauro, entreabierta, atisbamos un instante las bombonas de butano. La puerta se cerró de portazo, quizás para impedir que el calor saliera de su casa, porque tal era la penuria del menda que ni el calor dejaba escapar, o quizás para que no viéramos la acumulación de bombonas, algún mosque creo sentimos los dos al verlas, ¿estarían llenas?, pensamos ambos.

Nos sentamos en una mesa que teníamos controlada por las tardes, tenía la virtud de gozar de la ventura de ser un rincón refrescado por corrientes de viento, esas corrientes que sin saber de dónde ni cómo soplan en lugares insospechados de la ciudad. Pedimos birras, vaso helado, el primer sorbo nos nubló la vista, puro orgasmo de placentero.

─Esto es la hostia, Are, de frescura que te cagas.

─Diez en razón Paco. A propósito, tengo unos poemas casi acabados y me gustaría que les echaras un vistazo.

─Cuando quieras, pero una cosa siempre quise preguntarte, ¿por qué escribes poesía?, es muy difícil triunfar. Y hay que comer, aunque sea de vez en cuando.

─Es lo que me gusta. Creo que no lo hago mal y paciencia tengo un rato. Tú has dicho que no estaban mal mis poemas. Y ya que estamos en plan serio, déjame que te pregunte algo, viene a cuento y hace días te quería comentar.

─Dime niña lo que se te pasa por esa cabecita, estamos en hora de gracia, el puto calor parece que nos va a dar tregua, en la que podemos ser “normales” y no bichejos cocidos a fuego lento.

─ ¿Por qué no te vienes a vivir conmigo?, me gustas mucho y creo que yo a ti también.

Aquello fue como una acerada cuchillada que me atravesó el corazón.

─Are, ¿a qué viene eso aquí y ahora?, ¿es por el calor, te encuentras malita?, ¿tienes el periodo? ─, necesitaba ganar tiempo, no se me ocurrió otras tonterías.

─ ¡Qué coño de calor!, no seas gilipollas. Lo llevo maquinando hace tiempo, me gusta estar contigo, pero conociendo tu pasotismo, no me he atrevido antes a pedírtelo.

─Joder Are, ¿no te das cuenta que hay razones de peso para que tu propuesta sea del todo inviable?

─ ¡Del todo inviable!, tienes cojones Paco, ¡ni que te pidiera en matrimonio! Solo se trata de vivir juntos. No te pillo nano, estoy segura que te gusto, eso se nota tío, no tienes pareja ni nada por el estilo. Solo follas conmigo, ¿cuáles son esas putas razones?

─Pues pequeña odalisca, las hay. Soy mucho mayor que tú, Desiderio no puede pagar el piso solo, tengo menos futuro que Sánchez en el PSOE, y no tengo nada que ofrecerte. Tú te mereces un tío de tu edad, para poder fabricar un futuro, los dos juntos.

─Acabas de recitar una sarta de estupideces de culebrón barato, escusas absurdas. Di que no te gusto, que no sientes nada por mí. Quedarías mejor.

─Are, quiero destrozar yo solo mi puta vida. ¡Solo!, ¿entiendes?, para eso no necesito joderle la vida a nadie y menos a una mujer como tú, chiquilla.

Me di cuenta que era la primera vez que la trataba de mujer, cierto que lo era, una mujer autentica pese a su edad, pero me parecía que podía controlar mejor mis sentimientos y también los suyos tratándola de cría. Se dio cuenta del matiz, y pareció le daba aun más rabia, porque me lanzó una bellísima, sentida y contundente frase.

─Vete a tomar por saco. ¡Gilipollas!

Tras el piropo se levantó de la mesa y salió corriendo.

Yo tengo algunas ideas al respecto de cómo quiero joderme la vida, ésta, la que ahora estoy viviendo, ya que la anterior me la jodieron otros sin pedir permiso. Lo que no entra en absoluto en mis planes es hacerle daño a Are arrastrándola en mi desencanto. Sé que no lo quiero admitir, sé que mi vida es una mierda, que me quiero joder de pura rabia, pero sé que siento algo por esa chiquilla, maravillosa, nada maleada, ansiosa por disfrutar de la vida y a ella no la quiero contaminar con mi mierda.

Antes nunca he sido coherente en nada, pero ahora en el declive existencial que me estoy montando, he elegido no volver a crear una vida que me puedan volver a joder. Are seria romper mi coherencia, no quiero volver a luchar, no quiero nuevas ilusiones para que me las vuelvan a joder.

Enfrascado en esos pensamientos, cuando un estruendo tremendo sacudió la plazoleta, cayeron vasos y botellas de las mesas y nos envolvió una nube de polvo.

Rosauro cabrón, ¿qué has hecho? Lo primero que me vino a la mente, ¿dónde estaba Are? Me apresuré hacia nuestra finca, el polvo se estaba disipando, nuestras viviendas semiderruidas, faltaba media fachada, me aventuré hacia el interior de la escombrera formada.

Necesitaba encontrarla.

De la fachada quedaba poco, vi que el primer piso era ruina, la escalera no existía hasta la altura del tercero, donde vivía Are. ¿Dónde estaban todos?, el que menos me importaba era el hijo de puta de Rosauro, el olor a gas me reafirmaba quién había sido el culpable del desastre, ¿pero y los demás?

Era imposible trepar hasta la escalera que se mantenía en pie, lo intenté, pero en ese momento unos policías me sacaron de allí, peligraba mi vida dijeron. Fuera llegaban los bomberos, más policías, ambulancias. Mientras preparaban mangueras, relaté a la pasma lo que imaginaba había sucedido y también los vecinos que habitábamos, de todos solo podía estar seguro de que mi compañero de piso, Desiderio, estaba pringado dentro, por lo menos espero que no oliera a mierda.

Los bomberos regaban con cariño lo que restaba de finca, comenzando a aventurarse en su interior buscando supervivientes, vi a Amparito acercarse con una bolsa de basura en la mano, la reputa estaba enterita y ni caso le hice. Al rato vi salir a los bomberos con un cadáver embolsado. Pasó por mi lado, complexión corpulenta, pobre cerdo, Desiderio consiguió lo que quería. Pasaba el tiempo y Are no apareció. El hijo de puta del calvorota, montón de trozos churrascados me contaron los bomberos, cansados y sudorosos. Siguió llorando la noche, y Are no estaba entre los escombros. Quizás se hubiera ido para siempre de allí.

Nunca más la volví a encontrar, supe que estaba viva, pero era lo mejor para los dos.

Yo no quería otra oportunidad, no quería renacer de la mierda, así estaba bien jodido, no necesitaba más, para qué recobrar ilusiones.

Años después, muy avejentado, cada vez más cansado de la mierda de vida que llevaba, sin poder desprenderme de ella por más que me hubiera gustado, pero el destino me tenía allí encadenado para que pagara los errores de mi otra vida, errores que la puta sociedad propició y yo como un estúpido cometí.

Ya tenía la nariz destrozada por mi fantasma blanco. Pasear como un autómata por las calles, contemplando tanta indiferencia en las gentes era la única forma de pasar mi día, nada más me atraía. Pasé por el escaparate de una librería de postín. Vi una pila de libros, era el último “Nadal”, la ganadora, en un cartel de mucho lujo, Are Corominas, bellísima la foto y guapa como nunca, su novela, “Destrucción moral”.

Con sonrisa de triunfo, el único que había tenido hace años, seguí mi lento deambular hacia ningún sitio.

Como cada puto día, solo quería llegar pronto al final del camino para acabar con esta mierda de vida… la vida que ahora había elegido para joderme.


«ESTIVE EM LISBOA E LEMBREI DE VOCÊ»
UM FILME DE JOSÉ BARAHONA

       O romance de Luiz Ruffato é transposto para o cinema por José Barahona, que intervém aqui como realizador e argumentista, assinando a sua primeira longa-metragem.

“Estive em Lisboa e lembrei de você” poderia ser o desabafo de Rodolfo, o amigo brasileiro de Serginho, durante a sua trágica passagem por uma Lisboa morna e cinzenta; o primeiro, do Rio de Janeiro, olha atento e cauteloso para as armadilhas da vida, o segundo, protagonista desta história, que conta na primeira pessoa, é um provinciano cândido e presa fácil para as ciladas do amor e da cidade grande. “Mineiro é como alentejano”, afirma um dos personagens: “devagarzinho sempre”.

Serginho vem de Cataguases, terra natal do autor do romance. Só se pode descrever com autenticidade o que se conhece por dentro. Além da coincidência quanto à origem (criador e criatura), Ruffato também teve vários empregos modestos, foi um pouco o homem dos sete ofícios, tal como o seu personagem. A narrativa começa precisamente nesta pequena localidade, onde Sérgio, bebedor que raia o alcoólatra e sobretudo fumador compulsivo, se vê na necessidade de deixar de fumar. Há nele uma vontade férrea que o impele nesse sentido, mas recorre à ajuda médica uma vez que os diversos estratagemas para deixar o vício se revelam infrutíferos. Trata-se de um grande fumador: Sérgio conta-nos que fuma cerca de dois maços por dia, e vemos nessa compulsão uma propensão premonitória para o apego às coisas, às pessoas; há nele uma ingenuidade obsessiva que o conduz à espiral sugadora dos abismos. O rapaz move-se numa rotina previsível dos meios pequenos: os copos com os amigos, o empregozinho “mais ou menos” no escritório de uma fábrica, as partidas de futebol nas quais se sente cada vez mais debilitado pelo vício que o consome, o flirt quase obrigatório com a moça do café habitual, a mãe amiga e protetora. O seu caminho cruza-se a dada altura com o de Noemi, uma rapariga graciosa com quem se envolve e vem a casar. Ela é uma pessoa instável, excêntrica, mas essa originalidade que animava os dias do namoro revela-se pouco depois uma grave patologia mental com alguns comportamentos comuns a depressões pós-parto ou bipolaridade. A cena da nudez na fonte é auspiciosa: por momentos pensamos em Anita Ekberg, imortalizada na Fontana di Trevi do «La Dolce Vita» de Fellini. Uma espécie de intertextualidade involuntária que acrescenta dramatismo à cena, pela comparação pela interpretação brilhante de Amanda Fontoura. Serginho vê essa mulher escapar-se do seu domínio afetuoso, ela já não pertence a este mundo, pois a sua alma viaja pelos escombros das trevas: não reconhecendo o entorno que a pariu, mercê da medicação incapacitante e da sua própria condição de louca, o seu desligamento é total. O rapaz torna-se, na verdade, “viúvo de mulher viva”, e com um filho de meses nos braços.

A ideia de emigrar vai tomando corpo: o médico, intelectual extrovertido e aberto, inicia-o nessa viagem através de importantes alertas em que recapitula em breves traços a história contemporânea de Portugal, país de destino, e as perspetivas de emprego, de sucesso profissional. O quadro não é animador, mas também não é desesperante. Um rapaz pobre de província não emigra só para mudar de vida e ajudar os seus: ele fá-lo também para “calar a boca do povo”, para “virar patrão”, para “viver de renda”, para ascender socialmente e interpretar uma espécie de conto de fadas no masculino. Lisboa é vista como um El Dorado: Serginho não tem dúvidas de que em pouco tempo conseguirá construir uma vida que nunca esteve ao seu alcance e regressar em apoteose à sua Cataguases natal.

É estranho para o espectador português, habituado a viver numa crise estrutural prolongada e agravada por picos de desemprego e quadros económicos desfavoráveis, ouvir um brasileiro exaltar as potencialidades do nosso país como um destino de esplêndidas oportunidades, para “quem não escolhe trabalho”. Mas entre as expectativas irrealistas e o dia-a-dia vai a distância insuperável da fantasia. Serginho vai aprendendo a duras penas que Cataguases não é Lisboa.

Lá era feliz com muito pouco, pois não tinha alternativas nem alimentava sonhos desmesurados. Lisboa é uma cidade linda onde se fala a mesma língua, mas não a mesma linguagem nem com as mesmas intenções. Quando conhece Rodolfo, seu compatriota, na pensão escusa onde se aloja, exclama: “sempre bom encontrar alguém que fala a mesma língua que a gente”. Nesse espaço lexical de afeto e cumplicidade ele pode ser o que verdadeiramente é. Um rapaz puro e desarmado, vítima fácil de esquemas dúbios que oscilam perigosamente entre prostituição e tráficos vários. Rodolfo tenta alertá-lo, mas uma paixão por uma conterrânea sua e o seu natural pendor obsessivo acabam por fazê-lo tropeçar.

Serginho ouve a história clássica da prostituta honesta que passou por muitas agruras e dificuldades até cair nas malhas da máfia. Poderia ser verdade, ou uma armadilha grosseira e mal urdida. Puro cliché. Serginho, porém, a todos vê à sua semelhança e o mundo não perdoa aos ingénuos e aos incautos.

O sonho lisboeta desmorona-se: os longos passeios românticos no Parque das Nações testemunham a boa-fé de um homem que é engolido pela realidade. [Vem-me ao pensamento o tema de Chico Buarque: Construção. E também uma coladeira de Ary Morais, intitulada Sonho cabo-verdiano. Não serão as aspirações dos emigrantes todas assimiláveis? Se o ilhéu se sente encurralado pela dimensão claustrofóbica da ilha, qualquer homem, qualquer mulher, em situação de precariedade económica extrema se sente também preso a uma geografia social, a uma ilha humana de diminutas proporções, que o impede de viver a plenitude das coisas].

Na sua passagem por Lisboa, Serginho torna-se Sérgio e aprende que nada é o que parece: na pensão onde se aloja, a mulher de um dos hóspedes não se dedica apenas às limpezas: ela faz o que é preciso para assegurar a sobrevivência da família. A rapariga por quem se apaixona e que está na origem da sua ruína como ser humano não chega a revelar-lhe o seu verdadeiro nome. Mulheres complicadas, vínculos familiares superficiais, empregos voláteis, futuro intranquilo, sonho infantil? O que será deste homem docemente febril e obsessivo que acalenta o sonho de “amealhar” e regressar à sua terra?

Ingénuo, coração puro, homem imprudente e insensato, desenraizado, frágil ou otário? O leitor, telespectador ou ouvinte decidirá. Mas as suas palavras contadas de frente para a câmara em estilo documental ficarão por muito tempo gravadas na memória de quem o escutou.


DIGA ANTES QUE EU ATRAIA LOUCOS

I

       Chego de volta em Paris. Máquinas e guichês para comprar o ticket que me levará para casa. Prefiro comprar no guichê onde tem um humano.

– Um ticket, por favor.

A moça do guichê prepara o troco.

– Não, desculpe, acho melhor o cupom de dez tickets porque é menos caro.

– Ah senhor, você devia ter me dito antes.

Fico com cara de babaca, mas ela me dá os dez tickets mais um que eu já havia comprado.

Chego em casa cansado. Nada para comer. Vou à Padaria na minha rua.

– Dois baguetes, por favor.

A moça põe os baguetes no saco. Ao mesmo tempo ela me passa o valor.

– Você poderia cortá-los ao meio?– Estava frio e queria que eles coubessem no saco, para que não chegasse em casa com os pães congelando.

– Ah senhor, você devia ter dito antes.

Fico com cara de babaca, mas ela me dá os pães cortados e dispostos no saco.

Dia seguinte, vou ao 16 arrondissement. É uma tradutora que havia marcado para fazer a tradução da minha certidão de nascimento. Entro em seu escritório. Ela verifica minha certidão, aceita o serviço e pede para que eu aguarde sete dias, fecha um envelope com minha certidão dentro e pede que eu pague metade do valor. Dei-lhe.

– Ótimo, tenha um bom dia.

– Ah uma coisa, lembrei. Eu sou casado e não consta na certidão.

– Ah senhor, você devia ter dito antes. Tem que ligar ao cartório brasileiro.

Fico com cara de babaca, mas ela cede o telefone para ligar para o Brasil. Achei seu ato cordial e digno de respeito.

Ligo para o Cartório. Explico a situação. A moça do cartório:

– Ah senhor você devia ter ligado antes. Tem que falar com a notária.

Fico com cara de babaca, mas ela me avisa para retornar em 30 minutos. Espero com cara de babaca na sala de espera da tradutora. Trinta minutos depois ligo. Consigo falar com a notária. Explico a situação. Ela, em contrapartida, explica que o cartório de casamento e nascimento não são os mesmos:

– Ah senhor você devia ter visto com o cartório de casamento antes!

Ligo para o cartório de casamento. Explico a situação. A secretária lamenta:

– Ah senhor você devia ter visto isso antes! O outro cartório é muito lento!

Fico com ouvido de babaca sem saber o que fazer. Ligo novamente ao cartório de nascimento. A secretária diz algo sincero sobre as datas que constam no registro:

– Ah senhor, você devia ter nascido antes!

II

           Respiro fundo, volto para casa sem entender o que havia feito ali. Fiquei de resolver depois, sabe-se lá quando. Tenho preguiça só em pensar na burocracia da vida européia.

No metrô de Paris, linha três, de volta para casa. Última estação, Gallieni, pouco turística. Sento-me quieto.

Algo acontece na mudança de clima que inclui certo devaneio, porque sinto meu corpo descompensado. Então não sento-me tão quieto assim. Estou na dúvida se estou doente.

Entra alguém no metrô. Dois metros de altura, mãos tortas. Ele aplica muita força para entortá-las. Anda estranho. Senta onde? Na minha frente. Cara a cara, tête-à-tête.

Começa a resmungar um idioma que só ele fala.

Penso no rapaz do Acre (1) foragido que deixou quatorze livros criptografados. Imagino que talvez ele esteja aqui na França com o troco do investimento do primo. Algo engraçado.

Eu ri internamente.

O homem, por outro lado, não fala nada com nada, não é uma língua das conhecidas. Fala com ele mesmo em um código secreto que só ele entende.

Ele está acompanhado, descubro. E com sua companhia ele fala francês naturalmente. Mas continua resmungando para ele mesmo algo estranho, olhando fixamente para mim.

Sua companhia está distraída.

Ele começa a rir descontroladamente da minha cara.

Eu falo em português e começo a xingar-lhe nas gírias do bom cearês

(2). E começo a rir também:

– “Um baitola réi desse, nunca comeu rapadura”(3).

Eu dou gargalhada.

Ele ri em seu monólogo interno.

Eu continuo:

– “Tira a macaúba da boca pra falar (4). Arri égua (5). Tá ficando é doido. Chêi (6) de cassaco (7) lá no sítio parecido contigo”.

Ele ria em sua língua estranha e eu na minha…

Devo descer na próxima estação.

Surpreendentemente ele responde:

– Ei mah (8), respeita as cara (9) baitinga (10).

Ele era mais cearense que e eu talvez não mais louco que ele.

Vou dormir pensando. Menos de vinte quatro horas em Paris e isso tudo me ocorre. “Devia ter nascido antes” e encontro um cearense, sem reconhecer a própria língua que eu mesmo falava. Realmente, às vezes me pego pensando que o espaço-tempo se desloca mais rápido do que imaginamos. Paris rapidamente, num lapso, vira Ceará. E a burocracia pensa que, com sua autoridade, eu deveria ter previsto meu futuro e ter nascido antes.

(1) Nesse mês de abril de 2017, foi notícia no Brasil o fato de que um jovem de 24 anos, do Estado do Acre, deixou 14 livros criptografados em um quarto, com frases nas paredes que revelariam sua própria maneira de pensar a vida e que iria causar uma grande revolução dos nossos tempos. Ele fugiu e deixou todo esse cenário no seu quarto. Ao centro da sala tinha uma estátua de grande valor do filósofo Giordano Bruno, que seu primo haveria lhe concedido. O rapaz ainda está desaparecido.
(2) Cearês é uma forma de português peculiar, falada na região do nordeste do Brasil, em especial no Ceará. Já houve um filme brasileiro, falado em cearês que teve que conter legendas para que o público de outras regiões entendesse o filme. Essa é a particularidade do cearês. O filme chama-se Cine Holliúdy. Lembrando que o Cearês não é constituído apenas de gírias, mas de formas particulares de interação entre as pessoas nessa localidade do Brasil.
(3) Significado: pessoa fraca, sem coragem.
(4) Significado: pessoa que se expressa mal.
(5) Significado: Poxa!
(6) Significado: há muitos cassacos
(7) Significado: Soim, macaco pequeno, ou mico.
(8) Significado: Ei, rapaz!
(9) Significado: pedir respeito
(10) Significado: jeito próprio de falar: “Ei rapaz”, “Ei cara” É uma expressão que um cearense reconhece rapidamente quando se refere a outro cearense.


VUELVA USTED MAÑANA

          Gran persona debió de ser el primero que llamó pecado mortal a la pereza; nosotros, que ya en uno de nuestros artículos anteriores estuvimos más serios de lo que nunca nos habíamos propuesto, no entraremos ahora en largas y profundas investigaciones acerca de la historia de este pecado, por más que conozcamos que hay pecados que pican en historia, y que la historia de los pecados sería un tanto cuanto divertida. Convengamos solamente en que esta institución ha cerrado y cerrará las puertas del cielo a más de un cristiano.

Estas reflexiones hacía yo casualmente no hace muchos días, cuando se presentó en mi casa un extranjero de estos que, en buena o en mala parte, han de tener siempre de nuestro país una idea exagerada e hiperbólica, de estos que, o creen que los hombres aquí son todavía los espléndidos, francos, generosos y caballerescos seres de hace dos siglos, o que son aún las tribus nómadas del otro lado del Atlante: en el primer caso vienen imaginando que nuestro carácter se conserva intacto como nuestra ruina; en el segundo vienen temblando por esos caminos, y pregunta si son los ladrones que los han de despojar los individuos de algún cuerpo de guardia establecido precisamente para defenderlos de los azares de un camino, comunes a todos los países.

Verdad es que nuestro país no es de aquellos que se conocen a primera ni a segunda vista, y si no temiéramos que nos llamasen atrevidos, lo compararíamos de buena gana a esos juegos de manos sorprendentes e inescrutables para el que ignora su artificio, que estribando en una grandísima bagatela, suelen después de sabidos dejar asombrado de su poca perspicacia al mismo que se devanó los sesos por buscarles causas extrañas. Muchas veces la falta de una causa determinante en las cosas nos hace creer que debe de haberlas profundas para mantenerlas al abrigo de nuestra penetración. Tal es el orgullo del hombre, que más quiere declarar en alta voz que las cosas son incomprensibles cuando no las comprende él, que confesar que el ignorarlas puede depender de su torpeza.

Esto no obstante, como quiera que entre nosotros mismos se hallen muchos en esta ignorancia de los verdaderos resortes que nos mueven, no tendremos derecho para extrañar que los extranjeros no los puedan tan fácilmente penetrar.

Un extranjero de estos fue el que se presentó en mi casa, provisto de competentes cartas de recomendación para mi persona. Asuntos intrincados de familia, reclamaciones futuras, y aun proyectos vastos concebidos en París de invertir aquí sus cuantiosos caudales en tal cual especulación industrial o mercantil, eran los motivos que a nuestra patria le conducían.

Acostumbrado a la actividad en que viven nuestros vecinos, me aseguró formalmente que pensaba permanecer aquí muy poco tiempo, sobre todo si no encontraba pronto objeto seguro en que invertir su capital. Pareciome el extranjero digno de alguna consideración, trabé presto amistad con él, y lleno de lástima traté de persuadirle a que se volviese a su casa cuanto antes, siempre que seriamente trajese otro fin que no fuese el de pasearse. Admirole la proposición, y fue preciso explicarme más claro.

-Mirad -le dije-, monsieur Sans-délai -que así se llamaba-; vos venís decidido a pasar quince días, y a solventar en ellos vuestros asuntos.

-Ciertamente -me contestó-. Quince días, y es mucho. Mañana por la mañana buscamos un genealogista para mis asuntos de familia; por la tarde revuelve sus libros, busca mis ascendientes, y por la noche ya sé quién soy. En cuanto a mis reclamaciones, pasado mañana las presento fundadas en los datos que aquél me dé, legalizadas en debida forma; y como será una cosa clara y de justicia innegable (pues sólo en este caso haré valer mis derechos), al tercer día se juzga el caso y soy dueño de lo mío. En cuanto a mis especulaciones, en que pienso invertir mis caudales, al cuarto día ya habré presentado mis proposiciones. Serán buenas o malas, y admitidas o desechadas en el acto, y son cinco días; en el sexto, séptimo y octavo, veo lo que hay que ver en Madrid; descanso el noveno; el décimo tomo mi asiento en la diligencia, si no me conviene estar más tiempo aquí, y me vuelvo a mi casa; aún me sobran de los quince cinco días.

Al llegar aquí monsieur Sans-délai traté de reprimir una carcajada que me andaba retozando ya hacía rato en el cuerpo, y si mi educación logró sofocar mi inoportuna jovialidad, no fue bastante a impedir que se asomase a mis labios una suave sonrisa de asombro y de lástima que sus planes ejecutivos me sacaban al rostro mal de mi grado.

-Permitidme, monsieur Sans-délai -le dije entre socarrón y formal-, permitidme que os convide a comer para el día en que llevéis quince meses de estancia en Madrid.

-¿Cómo?

-Dentro de quince meses estáis aquí todavía.

-¿Os burláis?

-No por cierto.

-¿No me podré marchar cuando quiera? ¡Cierto que la idea es graciosa!

-Sabed que no estáis en vuestro país activo y trabajador.

-¡Oh!, los españoles que han viajado por el extranjero han adquirido la costumbre de hablar mal siempre de su país por hacerse superiores a sus compatriotas.

-Os aseguro que en los quince días con que contáis, no habréis podido hablar siquiera a una sola de las personas cuya cooperación necesitáis.

-¡Hipérboles! Yo les comunicaré a todos mi actividad.

-Todos os comunicarán su inercia.

Conocí que no estaba el señor de Sans-délai muy dispuesto a dejarse convencer sino por la experiencia, y callé por entonces, bien seguro de que no tardarían mucho los hechos en hablar por mí.

Amaneció el día siguiente, y salimos entrambos a buscar un genealogista, lo cual sólo se pudo hacer preguntando de amigo en amigo y de conocido en conocido: encontrámosle por fin, y el buen señor, aturdido de ver nuestra precipitación, declaró francamente que necesitaba tomarse algún tiempo; instósele, y por mucho favor nos dijo definitivamente que nos diéramos una vuelta por allí dentro de unos días. Sonreíme y marchámonos. Pasaron tres días; fuimos.

-Vuelva usted mañana -nos respondió la criada-, porque el señor no se ha levantado todavía.

-Vuelva usted mañana -nos dijo al siguiente día-, porque el amo acaba de salir.

-Vuelva usted mañana -nos respondió al otro-, porque el amo está durmiendo la siesta.

-Vuelva usted mañana -nos respondió el lunes siguiente-, porque hoy ha ido a los toros.

-¿Qué día, a qué hora se ve a un español? Vímosle por fin, y «Vuelva usted mañana -nos dijo-, porque se me ha olvidado. Vuelva usted mañana, porque no está en limpio».

A los quince días ya estuvo; pero mi amigo le había pedido una noticia del apellido Díez, y él había entendido Díaz, y la noticia no servía. Esperando nuevas pruebas, nada dije a mi amigo, desesperado ya de dar jamás con sus abuelos.

Es claro que faltando este principio no tuvieron lugar las reclamaciones.

Para las proposiciones que acerca de varios establecimientos y empresas utilísimas pensaba hacer, había sido preciso buscar un traductor; por los mismos pasos que el genealogista nos hizo pasar el traductor; de mañana en mañana nos llevó hasta el fin del mes. Averiguamos que necesitaba dinero diariamente para comer, con la mayor urgencia; sin embargo, nunca encontraba momento oportuno para trabajar. El escribiente hizo después otro tanto con las copias, sobre llenarlas de mentiras, porque un escribiente que sepa escribir no le hay en este país.

No paró aquí; un sastre tardó veinte días en hacerle un frac, que le había mandado llevarle en veinticuatro horas; el zapatero le obligó con su tardanza a comprar botas hechas; la planchadora necesitó quince días para plancharle una camisola; y el sombrerero a quien le había enviado su sombrero a variar el ala, le tuvo dos días con la cabeza al aire y sin salir de casa.

Sus conocidos y amigos no le asistían a una sola cita, ni avisaban cuando faltaban, ni respondían a sus esquelas. ¡Qué formalidad y qué exactitud!

-¿Qué os parece de esta tierra, monsieur Sans-délai? -le dije al llegar a estas pruebas.

-Me parece que son hombres singulares…

-Pues así son todos. No comerán por no llevar la comida a la boca.

Presentose con todo, yendo y viniendo días, una proposición de mejoras para un ramo que no citaré, quedando recomendada eficacísimamente.

A los cuatro días volvimos a saber el éxito de nuestra pretensión.

-Vuelva usted mañana -nos dijo el portero-. El oficial de la mesa no ha venido hoy.

«Grande causa le habrá detenido», dije yo entre mí. Fuímonos a dar un paseo, y nos encontramos, ¡qué casualidad!, al oficial de la mesa en el Retiro, ocupadísimo en dar una vuelta con su señora al hermoso sol de los inviernos claros de Madrid. Martes era el día siguiente, y nos dijo el portero:

-Vuelva usted mañana, porque el señor oficial de la mesa no da audiencia hoy.

-Grandes negocios habrán cargado sobre él -dije yo.

Como soy el diablo y aun he sido duende, busqué ocasión de echar una ojeada por el agujero de una cerradura. Su señoría estaba echando un cigarrito al brasero, y con una charada del Correo entre manos que le debía costar trabajo el acertar.

-Es imposible verle hoy -le dije a mi compañero-; su señoría está en efecto ocupadísimo.

Dionos audiencia el miércoles inmediato, y, ¡qué fatalidad!, el expediente había pasado a informe, por desgracia, a la única persona enemiga indispensable de monsieur y de su plan, porque era quien debía salir en él perjudicado. Vivió el expediente dos meses en informe, y vino tan informado como era de esperar. Verdad es que nosotros no habíamos podido encontrar empeño para una persona muy amiga del informante. Esta persona tenía unos ojos muy hermosos, los cuales sin duda alguna le hubieran convencido en sus ratos perdidos de la justicia de nuestra causa.

Vuelto de informe se cayó en la cuenta en la sección de nuestra bendita oficina de que el tal expediente no correspondía a aquel ramo; era preciso rectificar este pequeño error; pasose al ramo, establecimiento y mesa correspondiente, y hétenos caminando después de tres meses a la cola siempre de nuestro expediente, como hurón que busca el conejo, y sin poderlo sacar muerto ni vivo de la huronera. Fue el caso al llegar aquí que el expediente salió del primer establecimiento y nunca llegó al otro.

-De aquí se remitió con fecha de tantos -decían en uno.

-Aquí no ha llegado nada -decían en otro.

-¡Voto va! -dije yo a monsieur Sans-délai, ¿sabéis que nuestro expediente se ha quedado en el aire como el alma de Garibay, y que debe de estar ahora posado como una paloma sobre algún tejado de esta activa población?

Hubo que hacer otro. ¡Vuelta a los empeños! ¡Vuelta a la prisa! ¡Qué delirio!

-Es indispensable -dijo el oficial con voz campanuda-, que esas cosas vayan por sus trámites regulares.

Es decir, que el toque estaba, como el toque del ejercicio militar, en llevar nuestro expediente tantos o cuantos años de servicio.

Por último, después de cerca de medio año de subir y bajar, y estar a la firma o al informe, o a la aprobación o al despacho, o debajo de la mesa, y de volver siempre mañana, salió con una notita al margen que decía:

«A pesar de la justicia y utilidad del plan del exponente, negado.»

-¡Ah, ah!, monsieur Sans-délai -exclamé riéndome a carcajadas-; éste es nuestro negocio.

Pero monsieur Sans-délai se daba a todos diablos.

-¿Para esto he echado yo mi viaje tan largo? ¿Después de seis meses no habré conseguido sino que me digan en todas partes diariamente: «Vuelva usted mañana», y cuando este dichoso «mañana» llega en fin, nos dicen redondamente que «no»? ¿Y vengo a darles dinero? ¿Y vengo a hacerles favor? Preciso es que la intriga más enredada se haya fraguado para oponerse a nuestras miras.

-¿Intriga, monsieur Sans-délai? No hay hombre capaz de seguir dos horas una intriga. La pereza es la verdadera intriga; os juro que no hay otra; ésa es la gran causa oculta: es más fácil negar las cosas que enterarse de ellas.

Al llegar aquí, no quiero pasar en silencio algunas razones de las que me dieron para la anterior negativa, aunque sea una pequeña digresión.

-Ese hombre se va a perder -me decía un personaje muy grave y muy patriótico.

-Esa no es una razón -le repuse-: si él se arruina, nada, nada se habrá perdido en concederle lo que pide; él llevará el castigo de su osadía o de su ignorancia.

-¿Cómo ha de salir con su intención?

-Y suponga usted que quiere tirar su dinero y perderse, ¿no puede uno aquí morirse siquiera, sin tener un empeño para el oficial de la mesa?

-Puede perjudicar a los que hasta ahora han hecho de otra manera eso mismo que ese señor extranjero quiere.

-¿A los que lo han hecho de otra manera, es decir, peor?

-Sí, pero lo han hecho.

-Sería lástima que se acabara el modo de hacer mal las cosas. ¿Conque, porque siempre se han hecho las cosas del modo peor posible, será preciso tener consideraciones con los perpetuadores del mal? Antes se debiera mirar si podrían perjudicar los antiguos al moderno.

-Así está establecido; así se ha hecho hasta aquí; así lo seguiremos haciendo.

-Por esa razón deberían darle a usted papilla todavía como cuando nació.

-En fin, señor Fígaro, es un extranjero.

-¿Y por qué no lo hacen los naturales del país?

-Con esas socaliñas vienen a sacarnos la sangre.

-Señor mío -exclamé, sin llevar más adelante mi paciencia-, está usted en un error harto general. Usted es como muchos que tienen la diabólica manía de empezar siempre por poner obstáculos a todo lo bueno, y el que pueda que los venza. Aquí tenemos el loco orgullo de no saber nada, de quererlo adivinar todo y no reconocer maestros. Las naciones que han tenido, ya que no el saber, deseos de él, no han encontrado otro remedio que el de recurrir a los que sabían más que ellas.

»Un extranjero -seguí- que corre a un país que le es desconocido, para arriesgar en él sus caudales, pone en circulación un capital nuevo, contribuye a la sociedad, a quien hace un inmenso beneficio con su talento y su dinero, si pierde es un héroe; si gana es muy justo que logre el premio de su trabajo, pues nos proporciona ventajas que no podíamos acarrearnos solos. Ese extranjero que se establece en este país, no viene a sacar de él el dinero, como usted supone; necesariamente se establece y se arraiga en él, y a la vuelta de media docena de años, ni es extranjero ya ni puede serlo; sus más caros intereses y su familia le ligan al nuevo país que ha adoptado; toma cariño al suelo donde ha hecho su fortuna, al pueblo donde ha escogido una compañera; sus hijos son españoles, y sus nietos lo serán; en vez de extraer el dinero, ha venido a dejar un capital suyo que traía, invirtiéndole y haciéndole producir; ha dejado otro capital de talento, que vale por lo menos tanto como el del dinero; ha dado de comer a los pocos o muchos naturales de quien ha tenido necesariamente que valerse; ha hecho una mejora, y hasta ha contribuido al aumento de la población con su nueva familia. Convencidos de estas importantes verdades, todos los Gobiernos sabios y prudentes han llamado a sí a los extranjeros: a su grande hospitalidad ha debido siempre la Francia su alto grado de esplendor; a los extranjeros de todo el mundo que ha llamado la Rusia, ha debido el llegar a ser una de las primeras naciones en muchísimo menos tiempo que el que han tardado otras en llegar a ser las últimas; a los extranjeros han debido los Estados Unidos… Pero veo por sus gestos de usted -concluí interrumpiéndome oportunamente a mí mismo- que es muy difícil convencer al que está persuadido de que no se debe convencer. ¡Por cierto, si usted mandara, podríamos fundar en usted grandes esperanzas!

Concluida esta filípica, fuime en busca de mi Sans-délai.

-Me marcho, señor Fígaro -me dijo-. En este país «no hay tiempo» para hacer nada; sólo me limitaré a ver lo que haya en la capital de más notable.

-¡Ay, mi amigo! -le dije-, idos en paz, y no queráis acabar con vuestra poca paciencia; mirad que la mayor parte de nuestras cosas no se ven.

-¿Es posible?

-¿Nunca me habéis de creer? Acordaos de los quince días…

Un gesto de monsieur Sans-délai me indicó que no le había gustado el recuerdo.

-Vuelva usted mañana -nos decían en todas partes-, porque hoy no se ve.

-Ponga usted un memorialito para que le den a usted permiso especial.

Era cosa de ver la cara de mi amigo al oír lo del memorialito: representábasele en la imaginación el informe, y el empeño, y los seis meses, y… Contentose con decir:

-Soy extranjero. ¡Buena recomendación entre los amables compatriotas míos!

Aturdíase mi amigo cada vez más, y cada vez nos comprendía menos. Días y días tardamos en ver las pocas rarezas que tenemos guardadas. Finalmente, después de medio año largo, si es que puede haber un medio año más largo que otro, se restituyó mi recomendado a su patria maldiciendo de esta tierra, y dándome la razón que yo ya antes me tenía, y llevando al extranjero noticias excelentes de nuestras costumbres; diciendo sobre todo que en seis meses no había podido hacer otra cosa sino «volver siempre mañana», y que a la vuelta de tanto «mañana», eternamente futuro, lo mejor, o más bien lo único que había podido hacer bueno, había sido marcharse.

¿Tendrá razón, perezoso lector (si es que has llegado ya a esto que estoy escribiendo), tendrá razón el buen monsieur Sans-délai en hablar mal de nosotros y de nuestra pereza? ¿Será cosa de que vuelva el día de mañana con gusto a visitar nuestros hogares? Dejemos esta cuestión para mañana, porque ya estarás cansado de leer hoy: si mañana u otro día no tienes, como sueles, pereza de volver a la librería, pereza de sacar tu bolsillo, y pereza de abrir los ojos para hojear las hojas que tengo que darte todavía, te contaré cómo a mí mismo, que todo esto veo y conozco y callo mucho más, me ha sucedido muchas veces, llevado de esta influencia, hija del clima y de otras causas, perder de pereza más de una conquista amorosa; abandonar más de una pretensión empezada, y las esperanzas de más de un empleo, que me hubiera sido acaso, con más actividad, poco menos que asequible; renunciar, en fin, por pereza de hacer una visita justa o necesaria, a relaciones sociales que hubieran podido valerme de mucho en el transcurso de mi vida; te confesaré que no hay negocio que no pueda hacer hoy que no deje para mañana; te referiré que me levanto a las once, y duermo siesta; que paso haciendo el quinto pie de la mesa de un café, hablando o roncando, como buen español, las siete y las ocho horas seguidas; te añadiré que cuando cierran el café, me arrastro lentamente a mi tertulia diaria (porque de pereza no tengo más que una), y un cigarrito tras otro me alcanzan clavado en un sitial, y bostezando sin cesar, las doce o la una de la madrugada; que muchas noches no ceno de pereza, y de pereza no me acuesto; en fin, lector de mi alma, te declararé que de tantas veces como estuve en esta vida desesperado, ninguna me ahorqué y siempre fue de pereza. Y concluyo por hoy confesándote que ha más de tres meses que tengo, como la primera entre mis apuntaciones, el título de este artículo, que llamé «Vuelva usted mañana»; que todas las noches y muchas tardes he querido durante ese tiempo escribir algo en él, y todas las noches apagaba mi luz diciéndome a mí mismo con la más pueril credulidad en mis propias resoluciones: «¡Eh!, ¡mañana le escribiré!». Da gracias a que llegó por fin este mañana que no es del todo malo: pero ¡ay de aquel mañana que no ha de llegar jamás!


TERRITORIO DA INQUIETAÇÃO – II

Bruxelas, ao som de Brel

entre as recolhidas bandeiras
de vanglória
desfraldada
acolho-me no tempo,

e são aqui tão efémeras as canções
quanto o paladar da fruta foge ao fruto –
ainda estou por perceber, tão sem sal são
como é que existe gente assim procriada
sem paladar
ou cor transparente definida…

Jacques, tens a certeza que és aqui nascido?
não fosse o teu sangue meio-francês
e nem acreditaria que andaste de bicicleta
pelas ruas vazias
como Exupéry a vaguear pelos céus da magia

sobre a cobardia,
sabemos
ne me quitte pas não é uma canção de amor
escrita em Bruxelas

um poema que é só dos homens, a vontade
de chorar

Uma escrita quase oriental

Encho-me da vontade dos reflexos,
uma caligrafia de sons vivos
cheia de buracos negros colapsados
e estrelas-anãs a sorrir por dentro
da cabeça.
A tudo isto chamo leveza das sílabas
a preencher-me as manhãs, encho-me
do paladar endomingado
virado a ocidente, transbordante
e aqui estou, antes de ir, aqui
onde nem sequer sei onde é.

carta europeia de um homem em delito de itinerário

Escrevo-te pequenas viagens. Pequenas rotinas diárias, ciclos com a luz
que o Inverno permite, resmuos interiores do pensamento
perdições da natureza que entram pelos olhos e gargalhadas
da noite.
Escrevo-te pequenos pedaços. Peças que vou guardando
como conchas apanhadas no areal
simplesmente porque obrigaram o olhar a ser atento sobre a beleza
deste chão onde caminho

As palavras,
como a madrepérola das conchas, podem ter matizes belos
e dizerem todas as coisas do amor. Ou mentirem sobre
o tempo necessário da infância.
E, no entanto, haverá maior felicidade do que viver a vida
como animal
ou ser humano, antes de ser concha, palavra ou madrépola
num areal magnífico? É da vida que te falo.

O meu rostro encostado ao mar envelhece todos os dias,
enquanto te escrevo o dia em pedaços. Ou o pão
acabado de cozer dentro da memória.
Ou a sede do toque universal das mãos, onde me perco tão facilmente.
O tédio tão terrível, tão aterrador quanto o interior infinito de um búzio
e a fome selvagem de um espírito meigo à espreita de um afago.

Digo-te,
quero tudo o mais que haverá de ser, ao querer para a vida quase tudo.
Tudo está em gostar da vida, quase tudo, até de pijama vestido
pantufa cor-de-zebra, nú.
Escrevo-te os sossegos de querer ser homem, e das pequenas viagens
do corpo que me levam à praia, ou até ti, meu amor.

se fores capaz …

se estiveres
pacificamente,
se tiveres tempo
amor, utopia
conseguirás contar
todas as estrelas
devagar, devagar
tu és capaz…

estrangeirismo

escreve um poema e di-lo
trans paren te mente
pela tua própria boca
essa língua estranha
que é poesia.

cláusula tardia

talvez exista um lugar que não existe
na janela vergada dos olhos

uma folha de papel amarrotada
só desmoronada pela palavra



 

autores/componentes – auteurs/textes – autori/componenti – autores/textos

AUTORES

Fernando Chagas Duarte no se deja encajar fácilmente. Lo intentamos de todas formas. Como varios autores nuestros, se preocupa por el futuro de su cultura local aunque se describe como amante de lo que se halle fuera. Entabló varias organizaciones que se ocupan de patrimonio cultural, histórico e inmaterial. Es lisboeta y no lo dejará jamás; pero su domicilio en la costa ya indica su corazón viajador. Como geógrafo analiza las tierras que pise, como fotógrafo los graba, como poeta intenta captar el alma. Participó en varios colectivos. Con el poeta chileno Alfred Asis, creó la colección A identidade dos povos y Homenagem a Víctor Jara. Publicó recientemente tres colecciones de sus poemas: …quase cem poemas de amor e outros fragmentos (2014), A hora das coisas (2016), y As palavras que faltam (2017). Este año publicó una segunda edición de A hora das coisas (2017).
Estos poemas vienen de una colección llamada Territorio da Inquietação, la que él explícitamente caracteriza como una colección que se debería leer como conjunto. Mantén eso en mente cuando lees los poemas colgado en un entorno nuevo.

Alberto Arecchi es un hombre que vivió las vidas de tres. Nació en Messina, y desde Sicilia se mudó a Lombardia (Pavia). En el viaje del sur al norte de su país, se desvió y pasó muchos años en varios países africanos trabajando en varios proyectos de desarrollo. Podía utilizar su pericia como arquitecto para los proyectos, y así ya mencionamos su segunda vida. Podemos añadir que es profesor de diseño, historia del arte, y tecnología y construcción sin tocar a su tercera vida: la de escribir. Publicó tres romances: Anonimo Ticenese e l’ultimo templare (1996), La maledizione di San Siro (1999) e Il Tesoro dell’Antipapa nei sotteranei segreti della Certosa di Pavia (2003). Además, se dedica a escribir relatos y poesía, por lo cual recibió once premios literarios, de Italia y de fuera. Combina su amor de arte, escritura y cultura en su función de presidente de la Asociación cultural Liutprand (Associazione culturale Liutprand), que se dedica a la memoria de los reyes Longobardes, publicando estudios de historia y tradiciones locales.
En el sitio web encontrarás más como el texto que publicamos del mismo autor y muchos más.
http://www.liutprand.it

Francisco J. Barata Bausach, Valenciano jubilado solo en nombre, y en dejar su puesto como economista. Aunque solo empezó a escribir en mayo del año de la corrupción (2014), ya ha sido premiado demasiadas veces para mencionar, por todo el mundo hispanohablante (Hablando con Letras, la Revista Cheshire, …) e incluso en los Estados Unidos. Benditos nosotros, que dejó la fotografía para el arte de la palabra.

Luisa Fresta, poeta y cuentista galardonada extensivamente en Brasil (Il Prêmio Licinho Campos de Poesias de Amor, Concurso Internacional de Literatura de Alacib, …) y en Portugal (Expo 98 palavras), nació y creció en Angola. Desde 1993 reside en Portugal. Además de escribir poesía y cuentos, colabora regularmente en varios revistas y portales (Literatas de Moçambique, O Equador das Coisas, Samizdat, Subversa, Entrementes y O Gazzeta de Brasil). También publicó una serie de crónicas sobre Angola a través del Jornal Cultura – Jornal Angolano de Artes e Letras, y integró con 7 autores más una antología dedicada al tema de la salud mental. Finalmente llegamos a nuestro tema: análisis cinematográficos. Ha contribuido con sus análisis a Afraciné (francófono), Buala y Metropolis. No sorprende que figuró como jurado para el festival de documentales pan-africano l’Arbre d’Or. En 2014 publicó su primera colección de poesía: 49 Passos – Entre os Limites e o Infinito.
En 2017 nos concede un análisis de la película Estive em Lisboa e Lembrei de Você (2015), que es algo que conoce muy bien Luisa Fresta: una colaboración internacional. El director José Barahona lo basó en el libro del mismo título (2009) del autor celebrado Luiz Ruffato.
La película:
http://www.imdb.com/title/tt4719202/
https://www.youtube.com/watch?v=9GIGOu9T52c
Más de Luisa Fresta:
www.ogazzeta.blogspot.com.br
http://entrementes.com.br/
http://artesecontextos.com/

Jayme Mathias Netto es un artista y escritor luso-brasileño, que está escribiendo en este momento su tesis en filosofía en París. Lo puedes conocer en línea en su sitio web, donde puedes encontrar entre otras cosas información sobre su libro más reciente, Outrora: Crônica de uns dias perdidos.
http://www.outrora.net/

Mariano José de Larra era un ensayista liberal celebrado, cuyo legado sigue vivo  en el pensamiento progresivo de hoy en día. Vivió de 1809 hasta 1837 en España, y trabajó para varios periódicos, como El Pobrecito Hablador y El Mundo.

Los editores: Shimanto Reza, Shahin Fardad
Los correctores: Margarida Coelho, Annamaria Giaretta, Shahin Fardad
Diseño: Shimanto Reza, Shahin Fardad, Annamaria Giaretta
[El diseño contiene parte de un mapa hecho por Opicino de Canistris en el siglo XIV; del cuadro “La Violación de Europa” de Guido Reni, del siglo XVII; de un cráter de cáliz anónima del siglo IV a.c., que representa a Europa y Zeus en forma de toro].

Todos los textos que figuran en este blog, son propiedad de sus autores respectivos.

COMPONENTES

  1. La 1a parte de la colección “Territorio da inquietação” de Fernando Chagas Duarte.
  2. “Grifone” de Alberto Arecchi.
  3. Arruinaron toda mi vida” de Francisco J. Barata Bausach
  4. Estive em Lisboa e lembrei de você – Um filme de José Barahona” de Luisa Fresta
  5. Diga antes que eu atraia loucos” de Jayme Mathias Netto
  6. Vuelva Usted Mañana” de Mariano José de Larra
    [Este ensayo es el único texto de esta colección que no es un original. Se publicó por la primera vez en El Pobrecito Hablador en enero de 1833, bajo el seudónimo “Figaro”]
  7. La 2a parte de la colección “Territorio da inquietação” de Fernando Chagas Duarte.

AUTEURS

Fernando Chagas Duarte est une personne difficile à catégoriser et présenter. On va pourtant essayer de le faire. Comme beaucoup de nos auteurs, il s’inquiète pour l’avenir de sa culture locale, même s’il se décrit lui-même comme une personne qui admire tout ce qui est étranger ou bien tout ce qui reste à l’extérieur de son propre monde. Il a été à la base de plusieurs organisations qui s’engagent pour le patrimoine culturel, historique et immatériel. Il est Lisbonnin et il quittera jamais sa ville, même si son domicile à la côte montre déjà son esprit voyageur. En tant que géographe il analyse les terres sur lesquelles ils met les pieds, en tant que photographe il les enregistre et en tant que poète il tente de capter leur âme. Il a collaboré à une multitude de collectifs. Avec le poète chilien Alfred Asis, il a crée la collection A identidade dos povos y Homenagem a Victor Jara. Il a récemment publié trois recueils de poèmes: …quase cem poemas de amor e outros fragmentos (2014), A hora das coisas (2016), y As palavras que faltam (2017). Cette année il a encore publié une deuxième édition de A hora das coisas (2017).
Les poèmes que l’on vous présente ici proviennent d’une collection de poèmes appelée Territorio da Inquitação, une collection qu’il caractérise explicitement comme un tout dont les poèmes ne peuvent se lire séparément. Gardez cette pensée à l’esprit quand vous lisez les poèmes transposés dans un nouvel environnement.

Alberto Arecchi est un homme qui a vécu la vie de trois personnes. Il est né à Messine et a après décidé de quitter sa Sicile pour aller habiter en Lombardie (à Pavie). Pendant le voyage du sud de son pays au nord, il s’est écarté du chemin en passant beaucoup d’années en plusieurs pays africains pour y travailler pour de nombreux projets de développement. Il a pu employer son savoir-faire d’architecte pour ceux-ci. C’est également ainsi que l’on mentionne déjà sa deuxième vie. On peut encore ajouter qu’il est professeur de design, histoire de l’art, de technologie et de construction sans parler de sa troisième vie: celle du poète. Il a publié trois romans: Anonimo Ticenese e l’ultimo templare (1996), La maledizione di San Siro (1999) et Il Tesoro dell’Antipapa nei sotteranei segreti della Certosa di Pavia (2003). En outre, il se consacre à l’écriture de contes et de poèmes pour lesquels il a reçu onze prix littéraires nationaux et internationaux. Il combine sa passion pour l’art, l’écriture et la culture dans son rôle de président de l’association culturelle Liutprand (Associazione culturale Luitprand) qui se dédie à la conservation de la mémoire de l’héritage des rois Lombards en publiant des articles sur l’histoire et les traditions locales. Sur le site de l’organisation vous pourriez trouver d’autres textes comme lequel que vous trouverez sur Cuaderno Exquisito et encore beaucoup plus.
www.liutprand.it

Francisco J. Barata Bausach, Valencien et économiste à la retraite, mais ce dernier seulement de nom. Bien qu’il ait à peine commencé à écrire des textes dans l’année de la corruption (2014), il a déjà reçu trop de prix pour tous les mentionner ici et cela dans tout le monde hispanophone (Hablando con Letras, La Revista Cheshire, … ), et même aux Etats-Unis. En fait, disons que nous sommes véritablement bénis par le fait qu’il a laissé la photographie pour la littérature.

Luisa Fresta, poète et conteuse souvent couronnée au Brésil (Il Prêmio Licinho Campos de Poesias de Amor, Concurso Internacional de Literatura de Alacib, …) et au Portugal (Expo 98 palavras), est née et a grandi en Angola. Depuis 1993 elle réside au Portugal. En dehors de l’écriture de poèmes et de contes, elle apporte régulièrement des collaborations à de nombreux magazines et portails (Literatas de Moçambique, O Equador das Coisas, Samizdat, Subversa, Entrementes y O Gazzeta de Brasil). Elle a également publié une série de chroniques sur l’Angola dans le Jornal Cultura – Jornal Angolano de Artes e Letras, et a entamé la création d’une anthologie sur le bien-être mental avec 7 autres auteurs. Pourtant sa contribution à Cuaderno Exquisition est d’une toute autre nature. Il s’agit d’une analyse cinématographique, un genre dont elle a déjà prouvé sa maîtrise avec ses analyses francophones publiées dans Afraciné et celles publiées en portugais dans Buala et Metropolis. Il n’est donc pas étonnant qu’elle ait fait partie du jury du festival de documentaires panafricains L’arbre d’Or. En 2014 elle a publié son premier recueil de poèmes intitulé 49 Passos – Entre os Limites e o Infinito.
En 2017 elle nous concède une analyse du film Estive em Lisboa e Lembrei de Você (2015). Ce n’est pas pour rien que ce film soit aussi une collaboration internationale; un genre de projet qu’elle connaît très bien. Le réalisateur José Barahona a basé l’œuvre sur le livre qui porte le même titre (2009) de l’auteur célèbre Luiz Ruffato.
Le film:
http://www.imdb.com/title/tt4719202/
https://www.youtube.com/watch?v=9GIGOu9T52c
Plus de et sur Luisa Fresta:
www.ogazzeta.blogspot.com.br
http://entrementes.com.br/
http://artesecontextos.com/

Jayme Mathias Netto est un artiste et écrivain luso-brésilien qui est en train d’écrire sa thèse sur la philosophie à Paris. Vous pouvez apprendre à le connaître sur son site ou vous pouvez entre autres trouver toutes les informations sur son dernier livre Outrora: Crônica de uns dias perdidos.
http://www.outrora.net/

Mariano José de Larra était un célèbre essayiste libéral dont les idées et conceptions ont restées vivaces dans la pensée progressive contemporaine. Il a vécu de 1809 à 1837 en Espagne, ou il a travaillé pour de divers journaux comme El Pobrecito Hablador et El Mundo.

Editeurs: Shimanto Reza, Shahin Fardad
Correcteurs: Margarida Coelho, Annamaria Giaretta, Shahin Fardad
Dessin: Shimanto Reza, Shahin Fardad, Annamaria Giaretta
[Le dessin contient une partie de la carte crée par Opicino de Cantisistris au XIVe siècle, du tableau La violación de Europa par Guido Reni au XVIIe siècle et d’un cratère sur une coupe sans auteur du IVe siècle av. J.-C. qui représente l’Europe et le dieu Zeus en forme de taureau].

Tous les textes qui paraîtront sur ce blog, sont la propriété de leurs auteurs respectifs.

TEXTES

  1. La première partie de la collection “Territorio da inquitação” par Fernando Chagas Duarte.
  2. Grifone” par Alberto Arecchi.
  3. Arruinaron toda mi vida” par Francisco J. Barata Bausach
  4. Estive em Lisboa e lembrei de você – Um filme de José Barahona” par Luisa Fresta
  5. Diga antes que eu atraia loucos” par Jayme Mathias Netto
  6. Vuelva Usted Mañana” par Mariano José de Larra
    [Cet essai est le seul texte dans cette collection qui n’est pas une oeuvre originale. Elle a déjà été publié pour une première fois dans “El pobrecito Hablador” en mois de janvier de l’année 1833 sous le nom de plume “Figaro”.
  7. La deuxième parte de la collection “Territorio da inquietação” par Fernando Chagas Duarte.

AUTORI

Fernando Chagas Duarte non è facile da classificare. Ci proviamo in ogni caso. Come molti dei nostri autori, si preoccupa del futuro della sua cultura locale, sebbene si descriva come amante di ciò che si situa al di fuori di essa. Diede vita a varie organizzazioni che si occupano del patrimonio culturale, storico e immateriale. È di Lisbona e non smetterà mai di esserlo; ma il suo domicilio sulla costa dà già un’idea del suo cuore viaggiatore. Come geografo analizza le terre che calpesta, come fotografo le immortala, come poeta tenta di captarne l’anima. Partecipó in vari collettivi. Con il poeta cileno ALfred Asis, creò la collezione A identidade dos povos y Homenagem a Victor Jara. Ha recentemente pubblicato tre collezioni di poesie: …quase cem poemas de amor e outros fragmentos (2014), A hora das coisas (2016), y As palavras que faltam (2017). Quest’anno ha pubblicato la seconda edizione di A hora das coisas (2017).
Queste poesie vengono dalla collezione Territorio da Inquietação, che lui esplicitamente caratterizza come una collezione che si dovrebbe leggere come un congiunto. Tenete in mente  ciò mentre leggete le poesie collegate in un nuovo contesto.

Alberto Arecchi è un uomo che visse la vita di tre. Nacque a Messina e dalla Sicilia si spostò in Lombardia (Pavia). Durante il viaggio dal sud al nord del suo paese, trascorse molti anni in molti paesi africani lavorando in vari progetti di sviluppo. Poteva utilizzare la sua perizia come architetto per i progetti, e così menzioniamo già la sua seconda vita. Possiamo aggiungere che è professore di disegno, storia dell’arte e tecnologia e costruzioni senza nemmeno toccare la sua terza vita: quella da scrittore. Pubblicò tre romanzi: Anonimo Ticenese e l’ultimo templare (1996), La maledizione di San Siro (1999) e il Tesoro dell’Antipapa nei sotteranei segreti della Certosa di Pavia  (2003). Inoltre, si dedica a scrivere racconti e poesia, per i quali ricevette undici premi letterari, in Italia e fuori di essa. Unisce il suo amore per l’arte, la scrittura e la cultura nella sua funzione di presidente dell’Associazone culturale Liutprand che si dedica alla memoria dei re Lombardi, pubblicando studi di storia e tradizioni locali. Nel sito web troverai testi come quello che pubblichiamo dello stesso autore e molti altri.
www.liutprand.it

Francisco J. Barata Bausach, valenziano pensionato solo in teoria, avendo abbandonato il suo posto come economista. Anche se cominciò a scrivere solo in nel maggio dell’anno della corruzione (2014), è stato già premiato troppe volte perché queste possano essere menzionate, in tutto il mondo hispanoablante (Hablando con Letras, la Revista Cheshire, …) e perfino negli Stati Uniti. Benedetti noi, giacché lasciò la fotografia per l’arte della parola.

Luisa Fresta, poetessa e narratrice pluripremiata in Brasile (Il Prêmio Licinho Campos de Poesias de Amor, Concurso Internacional de Literatura de Alacib, …) e in Portogallo (Expo 98 palavras), nacque e crebbe in Angola. Dal 1993 vive in Portogallo. Oltre a scrivere poesie e racconti, collabora regolarmente in varie riviste e siti web (Literatas de Mozambique, O Equador das Coisas, Samizdat, Subversa, Entrementes y O Gazzeta de Brasil). Pubblicò anche una serie di cronache riguardo l’Angola tramite il Jornal Cultura – Jornal Angolano de Artes e Letras, e pubblicò con altri 7 autori un’antologia dedicata al tema della salute mentale. Infine giungiamo al nostro tema: analisi cinematografiche. Ha contribuito con le sue analisi a Afraciné (francofono), Buala y Metropolis. Non ci sorprende il fatto che figurò come giudice al festival di documentari pan-africano l’Arbre d’Or. Nel 2014 pubblicò la sua prima collezione di poesie: 49 Passos – Entre os Limites e o Infinito.
Nel 2017 ci concede un’analisi del film Estive em Lisboa e Lembrei de Você (2015), che è qualcosa che Luisa Fresta conosce molto bene: una collaborazione internazionale. Il direttore José Barahona basò il film sull’omonimo libro (2009) del celebrato autore Luiz Ruffato.
Il film:
http://www.imdb.com/title/tt4719202/
https://www.youtube.com/watch?v=9GIGOu9T52c
Per sapere di più su Luisa Fresta:
www.ogazzeta.blogspot.com.br
http://entrementes.com.br/
http://artesecontextos.com/

Jayme Mathias Netto è un artista e scrittore portoghese-brasiliano che sta scrivendo in questo momento la sua tesi in filosofia a Parigi. Lo puoi conoscere meglio online sul suo sito web, dove puoi trovare tra altre cose ulteriori informazioni sul suo libro più recente, Outrora: Crônica de uns dias perdidos”.
http://www.outrora.net/

Mariano José de Larra era un saggista liberale celebrato, la cui eredità continua ad essere viva nel pensiero progressivo di oggi. Visse dal 1809 al 1837 in Spagna e lavorò per molti giornali, come El Pobrecito Hablador ed El Mundo.

Gli editori: Shimanto Reza, Shahin Fardad
I revisori: Margarida Coelho, Annamaria Giaretta, Shahin Fardad
Disegno: Shimanto Reza, Shahin Fardad, Annamaria Giaretta
[Il disegno contiene parte di una mappa fatta da Opicino de Canistris nel XIV secolo; del quadro “La Violazione di Europa” di Guido Reni, del XVII secolo; di un cratere di calcare anonimo del siglo IV a.c.,  che rappresenta Europa e Zeus sotto le sembianze di un toro].

Tutti i testi che figurano in questo blog sono proprietà dei loro rispettivi autori.

 

COMPONENTI

  1. La prima parte della collezione “Territorio da inquietação” di Fernando Chagas Duarte.
  2. Grifone” di Alberto Arecchi.
  3. Arruinaron toda mi vida” di Francisco J. Barata Bausach
  4. Estive em Lisboa e lembrei de você – Um filme de José Barahona” di Luisa Fresta
  5. Diga antes que eu atraia loucos” di Jayme Mathias Netto
  6. Vuelva Usted Mañana” di Mariano José de Larra
    [questo saggio è l’unico testo della collezione che non è originale. Larra lo pubbliò la prima volta in El Pobrecito Hablador nel gennaio del 1833, sotto lo pseudonimo “Figaro”.]
  7. La seconda parte della collezione “Territorio da inquietação” de Fernando Chagas Duarte.

AUTORES

Fernando Chagas Duarte não se deixa encaixar facilmente. Tentámos fazê-lo de todas as maneiras. Como vários autores nossos, preocupa-se com o futuro da sua cultura local, ainda que se descreva como amante do que se faz fora. Fundou várias organizações de preservação do património cultural, histórico e imaterial. É lisboeta e jamais deixará de o ser; mas o seu lar junto à costa denuncia, desde logo, o seu coração viajador. Como geógrafo, analisa as terras que pisa, como fotógrafo, documenta-as, como poeta, procura captar a alma. Participou em vários trabalhos coletivos. Com o poeta chileno Alfred Asis, criou a coleção A identidade dos povos e Homenagem a Víctor Jara. Publicou recentemente três coleções de poemas: … quase cem poemas de amor e outros fragmentos (2014), A hora das coisas (2016) e As palavras que faltam (2017). Este ano, publicou uma segunda edição de A hora das coisas.
Os poemas apresentados vêm de uma coleção chamada Território da Inquietação e o autor explicitamente afirma que devem ser lidos conjuntamente. Mantenha isso em mente enquanto os lê, separados entre si devido às exigências deste particular formato de publicação.

Alberto Arecchi é um homem que viveu três vidas. Nasceu em Messina, e da Sicília se mudou para a Lombardia (Pavia). Na viagem de norte para sul do país, fez um desvio: passou muitos anos a trabalhar em projetos de desenvolvimento em países africanos, utilizando a sua perícia como arquiteto – assim mencionamos a sua segunda vida. Podemos referir que é professor de desenho, história da arte, tecnologia e construção, sem tocar ainda na terceira vida: a da escrita. Publicou três romances: Anonimo Ticenese e l’ultimo templare (1996), La maledizione di San Siro (1999) e Il Tesoro dell’Antipapa nei sotteranei segreti della Certosa di Pavia (2003). Para além disso, dedica-se a escrever histórias e poemas, pelos quais recebeu já onze prémios literários, de Itália e do estrangeiro. Combina o seu amor pela arte, pela escrita e pela cultura no desempenho da função de Presidente da Associazione culturale Liutprand (Associação Cultural Liutprando), dedicada à memória dos reis Longobardos. Nesta associação,  publicam-se estudos de história e tradições locais, encontrando-se textos como o que é aqui publicado… e muito mais.
www.liutprand.it

Francisco J. Barata Bausach, valenciano reformado, mas apenas em nome e por ter deixado o trabalho como economista. Embora só tenha começado a escrever em maio do ano da corrupção (2014), foi já premiado inúmeras vezes por todo o mundo hispanófono (Hablando con Letras, la Revista Cheshire,…), e mesmo nos Estados Unidos. Sortudos somos por ter trocado a fotografia pela arte da palavra.

Luisa Fresta, poeta e cientista extensivamente premiada no Brasil (Il Prêmio Licinho Campos de Poesias de Amor, Concurso Internacional de Literatura de Alacib, …) e em Portugal (Expo 98 palavras), onde reside desde 1993, nasceu e cresceu em Angola. Para além de escrever poemas e contos, colabora regularmente em várias revistas e portais da Internet (Literatas de Mozambique, O Equador das Coisas, Samizdat, Subversa, Entrementes e O Gazzeta). Publicou uma série de crónicas sobre Angola no Jornal Cultura – Jornal Angolano de Artes e Letras, e fez parte de uma antologia dedicada ao tema da saúde mental, na qual participaram mais sete autores. Por fim, chegamos ao nosso tema: análise cinematográfica. Colaborou na análise de Afraciné (francófono), Buala e Metropolis, e não surpreende que tenha figurado como jurado no festival de documentários pan-africano l’Arbre d’Or. Em 2014, publicou a sua primeira coleção de poesia: 49 Passos – Entre os Limites e o Infinito. Em 2017, oferece-nos uma análise do filme Estive em Lisboa e Lembrei de Você (2015), uma colaboração internacional, algo com o qual Luisa está muito familiarizada. O realizador José Barahona baseou o seu trabalho num livro com o mesmo título (2009), do celebrado autor Luiz Ruffato.
O filme:
http://www.imdb.com/title/tt4719202/
https://www.youtube.com/watch?v=9GIGOu9T52c
Mais de Luisa Fresta:
www.ogazzeta.blogspot.com.br
http://entrementes.com.br/
http://artesecontextos.com/

Jayme Mathias Netto é um artista e escritor luso-brasileiro que, neste momento, escreve, em Paris, uma tese na área de filosofia. Pode conhecê-lo online através do seu website, onde é possível encontrar, entre outras coisas, informação sobre o seu livro mais recente, Outrora: Crônica de uns dias perdidos.
http://www.outrora.net/

Mariano José de Larra era um celebrado ensaísta liberal, cujo legado se mantém vivo no pensamento progressista de hoje. Viveu de 1809 até 1837, em Espanha, e trabalhou para vários periódicos, como El Pobrecito Hablador y El Mundo.

Edição: Shimanto Reza, Shahin Fardad
Revisão: Margarida Coelho, Annamaria Giaretta, Shahin Fardad
Desenho: Shimanto Reza, Shahin Fardad, Annamaria Giaretta
[contém parte de um mapa feito por Opicinus de Canistris no século XIV; parte de um quadro de Guido Reni, A Violação da Europa, do século XVII ; parte de uma cratera em forma de cálice (cálice-cratera) do século IV a.C., que representa a Europa e Zeus em forma de touro]

Todos os textos que se encontram neste blog são propriedade dos respetivos autores.

TEXTOS

  1. Primeira parte da coleção “Território da Inquietação”, de Fernando Chagas Duarte.
  2. Grifone”, de Alberto Arecchi.
  3. Arruinaron toda mi vida”, de Francisco J. Barata Bausach
  4. Estive em Lisboa e lembrei de você – Um filme de José Barahona”, de Luisa Fresta
  5. Diga antes que eu atraia loucos”, de Jayme Mathias Netto
  6. Vuelva Usted Mañana”, de Mariano José de Larra
    [Este ensaio é o único texto da coleção que não é um original. Foi publicado pela primeira vez no livro El Pobrecito Hablador, em Janeiro de 1833, sob o pseudónimo “Figaro”.]
  7. A segunda parte da coleção “Território da inquietação”, de Fernando Chagas Duarte.
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Un comentario sobre “CUADERNITO I

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