CUADERNITO II

Saudades da Minha Terra

Saudades da minha terra

Sou camionista de longo curso. Passo os dias pelas estradas da Europa, rodeado de carros e camiões, mas sozinho, a ver desfilar cidades para lá das estradas e serras para lá das cidades, a trabalhar demasiadas horas por dia, a dormir mal e pouco, a levantar-me cedo. Este ano que passou foi particularmente cansativo. Parecia que o mês de Julho nunca mais acabava. Ansiava por voltar para a Minha Terra, tão bela e tão mal amada. Ah, quando chegasse, ia pôr o sono em dia e, depois, ia passar o mês inteiro de férias a visitá-la, a conhecê-la, a amá-la.

Assim que cheguei, fechei-me em casa, cerrei as persianas e ferrei-me a dormir, como se já não dormisse há semanas, o que não era completamente mentira. Queria recuperar o vigor, nem que para tanto gastasse dois ou três dias de férias. Durante horas incontáveis, dormi profundamente, pressentindo o meu corpo a relaxar, a distender-se, a ganhar as formas que a Natureza lhe quis dar. A certa altura, senti-me leve, solto, fluido. Acordei aéreo, atmosférico. Achei-me um pouco estranho mas, longe de me inquietar, aceitei-me, e foi sob essa feição que parti finalmente a conhecer a Minha Terra.

Iniciei a viagem muito lentamente, como leve aragem, percorrendo a sua superfície. Subi o Alentejo langorosamente, acariciando a planície, a contrapelo. A Minha Terra parecia agradada. Mostrava-me, de vez em quando, o branco dos seus casarios. Avancei silencioso e morno. Balancei-me, delicadamente, no sobe e desce das pequenas elevações e das suaves baixas. Insinuei-me nos vales dos maciços centrais, explorando cada dobra, evaporando a geada de uma várzea aqui, ondulando o pasto de uma encosta acolá. Subi as serras atapetadas pelo mato, monte a monte, envolvi os cumes em névoa. Sussurrei segredos às fragas. Do alto dos talefes, alarguei a atenção, a escolher outras explorações. Entusiasmado, desci os declives, mais apressado que na subida, fiz ondular a cabeleira das florestas, deambulei por entre os troncos majestosos. Soprei sobre as gargantas, os riachos e os açudes. Desci às grutas. Brinquei com a água das fontes e das lagoas, deixei-me arrastar pelos caudais dos rios. Humedeci, liquefiz-me.

Agora eu era mar. As minhas ondas batiam nas arribas, lambiam as rochas de baixo para cima e estas ficavam a escorrer, lascivas. As vagas do meu corpo recuavam e logo voltavam, altas e empenhadas. No Algarve, brincavam por entre as rochas esburacadas, a fazer cócegas à Minha Terra. E ela a provocar, a abrir enseadas, a elevar promontórios, a estender cabos, atiçando o meu corpo líquido. As suas areias a arder, a chamar pelo meu afago refrescante. E eu fluía e refluía sobre as areias da Minha Terra, uma e outra vez, afagando-as numa dolência de amantes. No Minho, a arrepiá-las com as minhas carícias geladas. E a entrar atrevido no estuário de Viana. A surpreender a Minha Terra com uma incursão inesperada na foz do Douro. E depois, grosso e seguro, a encher a Ria de Aveiro. E a retirar-me maroto e sabido. E a deixar um gosto salgado e sensual. Ao mesmo tempo, o meu corpo longo e ondeado roçava-se nos extensos areais do Sul, toque aqui, toque ali. A costa alentejana, cheia de refegos, a resistir mal. E eu a rebolar-me nos areais da Comporta e de Troia, guloso e lúbrico. A experimentar, obsceno, o estuário do Sado, crescendo demorado em vagares maliciosos: maré-cheia, maré vazia. Iludindo. Insinuando Setúbal e apontando a Lisboa. Fluindo e refluindo. Engrossando. Em maré viva, franqueio a barra do Tejo, transponho a Ponte 25 de Abril e espraio-me em plenitude pelo Mar da Palha. E refluo, e volto com mais vivacidade. Uma e outra vez. Venço a resistência da Ponte Vasco da Gama, encho esteiros e valados e alcanço Vila Franca. E, fecundador, inundo a lezíria. Avassalador, imenso, cósmico.

Durante muito tempo, o meu espírito anda disperso pelo éter. Flutuo num limbo, sem energia nem densidade. Onde estou, por onde andei? Lentamente, tomo consciência de mim. Estou alagado em suores, humores, fluidos. Parece-me que a viagem demorou um mês inteiro, mas não durou mais do que umas horas. Foram o suficiente para que o meu corpo e o meu espírito se unissem profundamente à Minha Terra. Dissolveram-se e voltaram a condensar-se. Inteiros. Refeitos. Apaziguados.

Nunca pensei que as minhas saudades dela fossem tão grandes!

Concha


Grifone

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La festa di Sant’Antonio, a metà giugno, si svolgeva nel mio quartiere, nella via Santa Cecilia.Avevo poco più di cinque anni. Mi ricordo ancora la strada invasa dai banchi e dai fornelli deivenditori di ‘calia e simenza’, nei posti occupati abitualmente dai carri e dai cavalli destinati aitrasporti di merci per le ferrovie. Mi è rimasto nei sensi il profumo gradevole dei ceci abbrustoliti, ricordo degli anni d’infanzia. Sullo sfondo, nel cielo del sud, s’innalzava il pennacchio di fumo del Mongibello.

Giunse il caldo agosto. L’aria d’estate lambiva la pelle con aliti caldi di brezza marina. In piazza, davanti al Municipio, c’erano le due statue di cartapesta, enormi, dei giganti Mata e Grifone, lei con la pelle bianca e l’aria tronfia, una corona turrita sulla chioma, montata su un cavallo bianco, e luimoro, riccio e barbuto, con una corazza argentata, su un cavallo nero. Statue alte otto metri, che torreggiavano sulla mia statura di bambino e si stagliavano contro il cielo azzurro. Ero ammaliato dalla vista di quei simulacri colossali, che si diceva rappresentassero i mitici fondatori della città. Sarò stato un tenero bambino, ma già allora m’ispirava simpatia quel Grifone, con la barba nera riccioluta e il cavallo nero come pece, molto più di quella Mata cicciottella, dalla carnagione stinta e insignificante, che pure la consuetudine vorrebbe mostrare come vittoriosa.

Sul palco, eretto davanti al grande Monumento ai Caduti, si svolgevano canti e balletti popolari. Volevo diventare uno di quei ballerini. Ho ricordato negli anni quelle musiche e quelle danze, li ho sognati in molti periodi della mia vita come ricordi di un’infanzia felice. L’indomani, Ferragosto, la città intera si riversò nei viali e nelle piazze, per la festa della Madonna Assunta e la processione della Vara. La gran macchina scenica di legno, trascinata da centinaia di fedeli a piedi nudi, vestiti di bianco, si mosse a traversare la città. Tanti cori d’angeli che salivano verso il cielo, con la forma d’un cono di gelato capovolto (o diritto? In realtà, ‘capovolto’ è il cono del gelato). In cima, all’altezza d’un palazzo di cinque piani, una statua del Redentore sembrava sorreggere la Vergine per un piede, in una posa da balletto classico, e in realtà avrebbe voluto sospingerla ancora più in alto, verso il cielo.

Se mi ricordo bene, allora, nella parte bassa, oltre alle statue e alle decorazioni scolpite, c’erano anche girotondi di bambini in carne ed ossa, con vestiti bianchi e coroncine di fiori tra i capelli. Il pubblico si accalcava intorno, con gran fervore, tra grida ed esortazioni ai tiratori, i bambini sulle spalle dei loro genitori, per vedere al di sopra della folla. Soprattutto nel punto della ‘girata’, dove le file dei tiratori compievano sforzi di destrezza per far compiere uno stretto angolo all’enorme macchina scenica. Era come una gara, da un anno all’altro, per compiere quella manovra con la miglior precisione. Dopo la girata, la processione proseguiva, ma la gran festa popolare sciamava verso il Corso per diventare passeggiata, alla ricerca d’un gelato o d’una granita.

Per andare a Punta Faro si percorreva una lunga strada sabbiosa, che passava tra i laghi di Ganzirri, dove si allevavano le cozze. Una distanza, in tutto, d’una quindicina di chilometri. Ho saputo che oggi il panorama è molto cambiato, ma allora si andava veramente in mezzo alla natura vergine. Vicino alla punta estrema, stavano erigendo il gran traliccio dell’elettrodotto che avrebbe collegatola Sicilia al continente, una torre metallica alta più di duecento metri, svettante nel vento e nell’azzurro terso del cielo.

Quell’estate andai anch’io a Ganzirri e Punta Faro, sulla canna della bicicletta del mio fratello maggiore. Parecchi anni più grande di me, aveva già finito il Liceo ed era pratico di tutti i percorsi che potessero meritare una gita in bici. Qualche volta, volle anche compiere l’impresa di portarmi in alto sul colle di Matagrifone, sino al Sacrario di Cristo Re, a godere il panorama di tutto lo Stretto.

La mia fantasia era rimasta colpita dall’idea di raggiungere la punta, che finiva acuta là dove si congiungevano le onde di due mari. Al solo pensiero, avevo la sensazione d’esser sospeso, proteso in una dimensione instabile, dalla quale la minima scossa, la più piccola vibrazione, avrebbe potuto sconvolgere tutto, tutto travolgere nei flutti.

Pensavo di vedere le acque muoversi vorticose, come nel racconto fantastico di Scilla e Cariddi. Volevo in ogni modo andare a bagnare la punta del piede proprio là, sull’ultima estremità dell’isola triangolare… era come stare sulla prua d’una nave che solcasse le onde, e pensavo a quelle colonne sottomarine, che reggevano l’isola da sempre, come una gran piattaforma petrolifera, e all’eroico pescatore Colapesce, che un giorno s’era tuffato per rimediare alla loro fragilità. Cercavo di scrutare nelle trasparenze di quell’acqua cristallina, mi pareva di scorgere i pescispada che giocavano con le costardelle, qualche sirena dai capelli incrostati d’alghe, relitti e tesori… ma non sarei certo riuscito a vedere Colapesce, che si trovava nelle profondità, coperto alla mia vista, poiché doveva sorreggere la colonna che portava la punta dell’isola.

Credevo, allora, che la mia vita sarebbe proseguita così, linearmente, e invece… solo pochi mesi, e non sarei mai più ritornato ad abitare nel mio luogo natale. Partii per il nord, con la mia famiglia, l’inverno seguente. Arrivai in una piccola città provinciale, a metà gennaio, con i marciapiedi trasformati in trincee, tra alti parapetti di neve compressa. Mi trasferii dal porto della Fata Morgana ad una delle città più nebbiose della Pianura Padana, dove è raro vedere una collina o una montagna. Oggi, nelle giornate limpide, con un po’ di vento che ripulisce l’aria, anche da qui si vedono i monti, in particolare il Monte Rosa, che si staglia sull’orizzonte, con la sua sagoma inconfondibile… ma allora, con tutti i fumi delle industrie che ammorbavano l’atmosfera, non mi ricordo che mai si vedesse. Un ambientamento senza dubbio difficile, insieme a compagni di scuola che parlavano in modo diverso e sprezzante del bambino venuto dal Sud.

Dopo gli studi, ho trascorso molti anni in Africa, in varie parti, impegnato in progetti di cooperazione internazionale, da un lato e dall’altro del gran deserto, in terre che s’inaridivano, tra gente assetata, che viveva ai limiti della resistenza. Lì ero io che “arrivavo dal Nord”, da un mondo industriale, da una realtà sempre più incurante dei valori profondi della gente. I ricordi infantili sono rimasti in un angolo della memoria profonda, riemergendo solo di tanto in tanto, in maniera inconscia, nei sogni della notte. La verità è che in nessun altro posto mi sono mai più sentito veramente ‘a casa mia’. Altrimenti, forse, il mio lungo viaggio si sarebbe fermato in uno qualsiasi dei luoghi del mondo nei quali ho vissuto: in Somalia, in Mozambico, in Algeria, nel Mali o in Senegal.

Mi sentivo a casa mia quando ritornavo in Africa, ogni volta che scendevo dall’aereo nella notte calda, coi grandi ventilatori che ruotavano, il controllo dei passaporti e poi via, verso una casa in riva all’oceano, in mezzo al deserto, sulla sponda d’un fiume popolato da ippopotami o nel patio d’una casa moresca, in un’oasi profumata di zagara, inondata dal richiamo del muezzin. Casa mia, più di quella d’adozione, che avevo lasciato al 45° parallelo Nord. Mi sentivo un poco di più a casa mia quando abitavo ad Algeri, dove il santuario di Notre Dame d’Afrique, su un alto colle che domina la vista sul mare, mi ricordava il ‘mio’ Cristo Re.

Vivere in Africa è stato come essere una di quelle onde che lambiscono i lidi degli oceani: fra tante altre, un giorno o l’altro, ne incontri di nuovo qualcuna. Così è stato per le mie amicizie, e ancor più per i conoscenti abituali. La boscaglia, la savana, il deserto sono come mari, le piste li attraversano come rotte e i punti di sosta e ristoro sono come porti, dove chi ritorna è riconosciuto per i suoi ricordi. Quando sono ritornato, mi sono reso conto che la società moderna, grande, aperta, internazionalista, aperta verso il mondo della solidarietà, era in realtà un piccolo paese, nel quale ogni piccola sfumatura di lingua o di sorriso era riconosciuta. Ormai il mio modo d’esprimermi era irreversibilmente diverso, il mio sorriso era diverso: guardavo le persone negli occhi e non le valutavo dallo splendore della punta delle loro scarpe.

Sapevo fare molte cose, sapevo districarmi in circostanze difficili e dialogare in tre lingue diverse, con uomini del popolo e con ministri. Inspiegabilmente, però, sembrava che non fossi mai esistito, neppure per i vecchi amici, o che fossi stato assente per secoli dalla città in cui ero cresciuto: un moderno Ulisse.

Gli amici di tutte le mie ‘diverse vite’ si sono dispersi, ciascuno annegato nel proprio mondo quotidiano. Chissà dove sono, in questo momento… Dove sarà finita la veggente senegalese che praticava esorcismi in un cortile, sotto il sole, con gli assistenti che sgozzavano galli e capretti sulla testa dei suoi ‘pazienti’?… e quella signora, figlia di uno dei primi italiani sbarcati al tempo della guerra d’Africa, che ricordava la propria gioventù come “il tempo in cui i barambara volavano”? Barambara, in lingua somala, è il nome del rosso scarafaggio africano, dalle lunghe antenne, che appare di notte, in orde fameliche, per impossessarsi della casa buia, e poi scompare alle prime luci del giorno. I barambara, in Africa, si trovano dappertutto, anche lungo la parete della doccia, a solleticarvi con le loro lunghe antenne. Mi è capitato persino di trovare qualche cucciolo di barambara stirato, insieme alla biancheria appena tolta dal cassetto. Essi si alzano in volo, però, in un solo periodo dell’anno: nella stagione degli amori. Un volo goffo, che dura poco, come quello delle più eleganti farfalle, come tutte le cose effimere, come la fioritura del baobab o la felicità della stagione giovanile.

Molto tempo è passato dalle gite in bicicletta a Ganzirri, ormai più di sessant’anni. Nella miastoria non c’è stata nessuna crozza, non c’è stato nessun cannone. Ci sono piuttosto uno scarafaggio rosso, la nera barba riccioluta di Grifone, il fumo e l’odore della calia tostata, i ritmi delle danze tradizionali…

Una speranza segreta mi dice che laggiù, oltre l’Equatore, qualcuno mi aspetta sempre, nella penombra, dietro il grigliato d’una persiana, nel profumo intenso dei fumi d’incenso e dei fiori di gelsomino. Sarò accolto con un semplice cenno del capo e un gesto affettuoso della mano, come se fossi uscito mezz’ora prima per andare a prendere il pane, o la frutta al mercato. Come qualcuno della famiglia, del quale si conosce l’andatura, il profumo, la sagoma delle spalle quando s’allontana e il rumore dei passi quando ritorna.

Non riesco a pensare la stessa cosa della città sullo Stretto, dove non ho lasciato amici, non ho lasciato ricordi d’amori passionali né compagni di studi. Mi sono rimaste impresse le visioni dei primi ricordi dell’infanzia, i profumi di rosa e gelsomino della casa in cui sono nato, l’aria di casa che non ti abbandona mai, neppure all’altro capo del mondo.

Quante volte ho sognato, nelle notti profonde, quelle danze in costume al suono dei tamburelli, il gigante Grifone, di cartapesta, dalla nera barba riccioluta, la strada che si snodava lungo la striscia di sabbia tra i due laghi litoranei e il blu del gran vortice profondo, il richiamo delle sirene…

Concha


Sofia’s story

EL E ELA

Vivevano insieme nella periferia di Sofia e ascoltavano il vento scontrarsi con le mura davanti a ingombranti tazze di caffè riscaldati. Lui diceva sempre parole adulte e le sue labbra si muovevano piano per non riaprire la crepa. Lei gli sorrideva anche quando era arrabbiata e le sue mani si contorcevano su un foglio di carta. La sera non era densa e sapeva far venire a galla anche le voci più sottili.

“La notte in cui lasciai la Bulgaria vidi una donna fare l’amore con due uomini nella stiva, uno di loro era il capitano. Attraverso il vetro riuscivo a vedere le smorfie che faceva: adesso non sarei in grado di descriverle, ma le ricordo bene.”

La donna rimase in silenzio. Si stava chiedendo perché le dicesse questa cosa adesso, ma non trovò il momento per domandarlo.

“Il Mar Nero mi è sempre sembrato un vecchio gigante, e  in quel momento, in quelle smorfie, mi sembrava un bambino addormentato.”

Lei si alzò e si diresse verso la cucina, dove aveva lasciato sul fuoco una zuppa di patate. Lui aspettava di sentire il suono del mestolo di legno che batte sulla pentola di metallo. Sapeva che dopo averla mescolata lo avrebbe leccato e riposto sopra la pentola come un tetto.

Nel frattempo si scoprì a pensare alla prima notte passata insieme: i suoi occhi la fissavano sbilanciati, come a cercarle nel volto un punto d’appoggio. La bocca aveva smesso di respirare, e il silenzio imbrattato dalla troppa pulizia lo spingeva a fantasticare, a trovare definizioni da condividere con lei per farsi amare; quando ormai le parole erano solo una padella su cui cuoceva le sue emozioni. Quante cose inutili dissi quella notte.

Non capiva a cosa lei pensasse nel ripetere che la massoneria speculativa di Londra l’ha vista mangiare neve nel suo giardino, e quando la notte si sfrega le mani, e soffia tanto forte da appannare gli occhiali, sogna di gettarsi in mare da una scogliera norvegese.

(Klang)

Mentre leccava il mestolo nella testa le ronzavano ancora quelle note della canzone dei Beatles che la infestavano da un giorno intero e le ricordavano la prima volta che lui se ne andò: “Non so se c’è più cenere nei tuoi occhi grigi o sulle mie labbra. Solo molto lontani, in continenti diversi, le nostre eco riusciranno a sfiorarsi appena: il minimo per non sentirsi troppo soli, il massimo per non incenerirsi a vicenda.” scrisse in un foglio lasciato accanto ai piatti sporchi, da giorni, settimane o mesi, non ricordava. Tutto era passato così velocemente e intensamente, o forse il tempo trascorso insieme è stato più lungo ma intervallato da pause che non ha percepito, da sensazioni che ha vissuto talmente a fondo da non riuscire a capire se fosse coinvolta o meno, se tutta quella passione fosse mossa da un sentimento o dall’ambizione di provarlo. Uno sguardo indolente ai piatti nel lavandino, poi il mestolo sopra la pentola e il posacenere condotto in soggiorno.

“La prima volta che arrivai in questa città percorsi la strada che dalla cattedrale Nevskij porta al teatro nazionale e vidi tante facce stanche, come segnate dalla noia, la stessa che percepivo in ogni mattone di questa città. Scrissi: ‘Sofia è una vecchia barca ormeggiata. Non si mostra. Vedi le rughe ma non racconta il suo passato.’ Il flusso di persone e voci che mi scorrevano affianco sulla Rakovski come tanti imperfetti aeroplani di carta, serviva solo a constatare ogni mio rimorso o defezione – la mia mancata esplosione. Strascicavano, affaticate, ogni dubbio da chiarire. Mi fermavo, ansimante, a pensare a tutta un’adolescenza impiegata ad indebitarmi con Dio.

Stanotte non voglio sentire rumori, non voglio sentire suonare nessuno. Forse riuscirò a rintracciare gli spasmi di soffocamento dell’ultimo amico abbandonato – quello che non ho apprezzato mai – pensavo. Inutili sorrisi non mi fanno compagnia, lo spreco di energie per alimentare una bugia a cui nessuno crede.

Finalmente comprendo cos’è che tutti nascondono, insicuri sotto il chiacchiericcio; dopo tanto affanno a ricercare in ogni deserto un po’ d’ombra di libertà, ora vorrei sapere com’è vivere in una prigione gradevole.

Chi con forza reclama libertà, in fondo non saprebbe cosa farsene.”

Ancora senza dire una parola, lei gli tolse il piatto è tornò in cucina per riporlo nel lavandino e pensare senza essere spiata a quegli alberi davanti alla sua prima casa, che si agitavano come se fossero loro a direzionare il vento, mentre il freddo teneva le mani sulle sue guance e sembrava poter penetrare la stoffa fine dei jeans. L’autobus pareva non passare mai e una strana barba germogliata su un volto anonimo chiedeva informazioni.

Doveva incontrarsi con lui e barattare il suo ego con una carezza confusa, ma si innamorò.

Lui sbucò in cucina a metà dei ricordi e le prese una mano; lei notò una ruga che non conosceva e la percorse per uscire di casa, e dalla sua vita.

“Meglio un silenzio perso come un bambino in un ospedale, che questo tuo “ti amo” bisbigliato con voce sommessa e gli stessi occhi con cui per tre volte te ne sei andato. Adesso le tue rughe sono diventate le stesse di Sofia: nella valigia ho messo solo il vestito con cui ti ho dimenticato e la mia schiena rigida, come dicevi, ora è solo un parafulmine per piogge deboli.”

Non scrisse la data alla fine della lettera, come faceva lui.

Concha


Língua Polonesa: meu rio, minha mãe

Lingua Polonesa

Línguas são como pássaros: voam a todo lugar. Deixam muito de si. Levam consigo um pouco da cultura que visitam.

Línguas são, ainda, como águas de rio: percorrem muitos lugares, deixam marcas de si, levam características e mudanças em seu leito.

Percorrendo a história de nossas famílias, a língua polonesa é um rio que constitui, desde o berço, a nossa identidade, tornando-nos falantes do polonês antes de tudo, desde o berço. Tornando-nos poloneses que vivem em outras terras, em outra nação, vivendo em outra língua também. Vivendo a Polônia em outras terras.

A Língua Polonesa, ao pousar no Brasil em tantos e tantos voos diferentes e em épocas distintas, nos constituiu linguisticamente, enriqueceu nossa identidade. É nossa língua-mãe, sendo assim.

Essa é nossa relação com a Polônia: mãe e filho que, embora vivendo distantes, vivem um para o outro.

Eu e a Polônia somos qual passarinho e seu ninho: muitas vezes, uma tempestade pode expulsar o pássaro de seu ninho, destruir sua casa, fazê-lo chorar… Então o pássaro, mesmo na dor, no sofrimento, voa em busca de uma nova vida, encontra um novo lugar e lá refaz seu ninho, sua vida… Renasce. Renasce das cinzas, do pó.

Um pássaro — ainda que na dor — não perde seu ninho, pois o leva consigo no coração, não importa para onde vá. Não importa a direção para a qual o vento soprar.

Um pássaro está sempre pronto e disposto a reconstruir seu ninho, seja na dor, seja após a uma tempestade.

Um pássaro não deixa jamais seu ninho se desfazer, se perder.

Um pássaro, ainda que pequenino, é forte como a águia, se — em uma nova terra — é capaz de reconstruir seu ninho, e não deixar morrer jamais a sua cultura, a sua identidade.

Como pássaros, tiveram seus ninhos, seus sonhos, suas vidas tomadas. Choro, sofrimento, muita dor… Voaram, fugiram na tempestade. (Pássaros que

viajam forçadamente, na dor, contra a sua própria vontade, sofrem muito mais do que aqueles que voam livremente). Levaram seus ninhos, seus sonhos, sua fé, suas esperanças e sua identidade no coração. Pousaram aqui e neste novo país puseram seus ninhos, hoje nossos ninhos.

Nossa herança.

Construíram seu pedacinho da Polônia nesta nova terra. Viveram aqui a sua cultura, sua fé, sua língua polonesa. Reconstruíram aqui seus ninhos.

Como pássaros, herdamos os velhos ninhos de nossos antepassados. A língua, os costumes, toda a fé e a cultura polonesa que cultivamos é a maior riqueza que podemos ter. É o maior bem, de maior valor, o qual ninguém poderá roubar.

Vivemos — como pássaros migrantes — a Polônia, a língua polonesa em outra terra, em outro país, com outra língua, assim como eles (os nossos antepassados) um dia o fizeram. Viveram a língua polonesa, a vida de uma Polônia que veio junto com eles, como numa embarcação de um transatlântico de Gombrowicz. Viveram na nova terra a sua velha mãe Polônia. Vivemos no nosso Brasil a nossa mãe Polônia. Guardamos essa herança em nosso ninho, nossa identidade, nossa língua polonesa, nossas raízes. É a Polônia dentro da gente, correndo em nossas veias como rios.

Rios poloneses que há tanto tempo correram ao mar levando em suas águas a língua e toda a riqueza dessa cultura. Rios que chegam ao nosso Brasil e nos inundam, e a nós se misturam, e nos completam. Completam nossa identidade, mesclam-se aos nossos rios, encontrando neles suas vertentes de vereda em vereda, percorrendo as águas de menores ou também grandes rios, afluentes seus.

Os rios poloneses trazem muito da Polônia ao Brasil.

Os rios do nosso Brasil e os rios poloneses correm juntos ao mar. Compõem juntos o seu próprio oceano. Oceano por nós e nossos descendentes descoberto — ou inventado? — gota – gota.

Os rios são perenes e correm ao encontro do mar, onde encontram a sua própria plenitude. Um rio não morre ao desaguar no mar: ele torna-se pleno. Sua plenitude se dá a partir do momento em que se homogeneíza ao universo oceânico, composto por tantos outros rios, sendo, a partir de então,

impossível distinguir um ou outro, pois que todos, em conjunto, compõem um universo de águas majestosas.

A língua polonesa é como um rio: desaguou no mar e chegou até nós por meio de nossos descendentes. Tornou-se nova e renovou a nossa própria língua, formando – junto com a Língua Portuguesa – um pedacinho de oceano.

O oceano é o resultado mais exuberante da união de todos os rios do mundo. Rios que se encontram e se unem e se fundem pelo mesmo objetivo, sendo impossível afirmar a unidade e a grandeza de apenas um rio.

Um rio não é sozinho no mundo: ele carrega consigo outros rios, menores que ele. Pequenidades que ajudam a engrandecê-lo. Pequenidades que com ele compõem o mesmo oceano.

A Língua Portuguesa carrega consigo muito da Língua Polonesa e vice-versa, e é isso o que as torna maiores e plenas.

Assim, todo rio tem um pouco de si e mais um tanto de tantos outros rios correndo em suas águas. Todos os rios podem ser um só rio: a água não se fragmenta, torna-se homogênea.

(A Língua Polonesa, ao entrar em contato com a Língua Portuguesa, com ela se mistura e se renova. Os agentes dessa miscigenação somos nós, falantes.)

Todos os rios, embora corram em direção ao mar, podem carregar o mar dentro de si, levando-o a lugares distantes dessa plenitude.

A Língua Polonesa traz em sua estrutura influências de outras línguas. Ou seja, carrega consigo águas de outros rios.

Um rio é todos os rios do mundo, apenas recebe nomes diferentes nos lugares pelos quais passa. Sendo assim, as línguas passam por modificações com o passar do tempo, pela ação dos diferentes povos que dela fazem uso.

Os rios que nascem na Polônia e no Brasil compõem oceanos fundamentados na linguagem. Ou seja, o que forma o oceano cultural brasileiro e polonês são suas línguas, que se misturam como águas de vários rios que correm em direção ao mar. É como que cada uma das línguas estivesse representada pela figura alegórica do rio. Nesse plano, não existe língua soberana ou inferior ou morta, mas antes de tudo, há a força de cada um desses sistemas para um mesmo objetivo: a composição de uma linguagem universal, composta maestramente por palavras de línguas diversas. Palavras

beladormecidas, palavras (re)inventadas, palavras que juntas constroem um universo linguístico ímpar e universal ao mesmo tempo.

Todos os rios carregam dentro em si muito de outros rios. Assim também é a linguagem: uma língua não é sozinha no mundo, ela carrega em sua estrutura a influência de outras línguas. Uma língua pode, ainda, modificar-se de acordo com o emprego que os falantes fazem de determinadas expressões no decorrer do tempo ou do percurso geográfico. Ou seja, a língua de um povo é como as águas de um rio: percorre longas distâncias e sofre por modificações no decorrer do seu percurso (afina ou desafina, forma quedas d’água ou permanece calma…).

As águas do rio podem, também, durante o fluxo, assimilar outras águas, provindas de riachos ou córregos, gotas de água das chuvas… enriquecendo o seu reservatório e dando maior força à correnteza. A língua, através dos falantes no decorrer do espaço em que estes se localizam, também assimila vocábulos provenientes de variações ou regionalismos que enriquecem o léxico.

As línguas polonesa e portuguesa caminham juntas, uma completando à outra mutuamente, num processo mágico onde aos nossos falantes do interior não existe restrição a normas preestabelecidas, e sim uma composicionalidade linguística típica e natural, numa perspectiva de escrever a linguagem e a história a partir de uma língua de herança e a língua de sua pátria.

A nossa língua polonesa misturada ao português é uma língua-rio que contém no seu fluxo resquícios de muitas outras águas. Esse rio, ao desaguar no mar, volta às suas origens, reinicia o seu percurso. Ou seja, um rio nunca morre quando encontra o mar, mas sim tem a sua plenitude na chance do recomeço, do novo começo,sendo tanto um rio a encontrar o mar quanto um rio que tem o mar em suas águas, um rio que abrange o mar.

A cultura polonesa não morre ao debater-se com o mar, com a travessia, mas sim mistura-se com outras línguas, outras culturas e fica mais rica, mais bela. Assim também ocorre com a Língua Portuguesa e com todas as línguas do mundo: completam-se, tornam-se maiores, plenas.

Os falante se constituem como navegantes no rio da língua. Navegantes que muito assimilam, muito adicionam, aprendem e compõem a língua.

Por isso, eu e a Polônia somos, ainda, como um rio e uma canoa: a língua polonesa corre em minhas veias como águas de um rio. Navego nesse rio como quem procura saber mais sobre águas que me constituem, águas que

me identificam. Sustento-me em minha canoa, minha guia: o conhecimento maior que me direciona, me impulsiona nessas águas e me faz navegar em águas novas, desconhecidas, que complementam o meu saber linguístico polonês herdado de meus antepassados, tecido durante anos, águas polonesas misturadas a águas portuguesas.

Eu, navegante.

Ela, a língua, meu rio. Minha mãe.

Minha canoa, minha guia, minha mestra.

Minha canoa, pássaro que pousa; ensinamentos que traz.

Eu, aprendiz.

Concha


Pelos quatro cantos

Pelos cuatro cantos

Dentre as mil maravilhas
Que a Europa pode ter
Nada traz mais alegria
Do que as palavras
Que o seu sorriso pode conter.

Concha


CREDITS

Dejamos las biografías y demasiadas palabras de nuestra parte. Los textos hablan por sí.
Nous laisserons les mots en trop de notre côté. Les textes s’expliquent par la lecture en soi.
Deixamos as biografías e demasiadas verbas da nosa parte. Os textos falarán por si.
Non diamo più delle biografie o parole. I testi parlano già per se stessi.
Deixamos as biografias e as palavras demais da nossa parte. Os textos falarão por si.

Taurus – Maruja Mallo
João Pimentel Ferreira
Saudades da Minha Terra – Joaquim Bispo
Alberto Arecchi
Grifone – Alberto Arecchi
El e ela – Luis Seoane
Sofia’s Story – Fabrizio Sani
Alfred Wierusz Kowalski
Língua Polonesa: meu rio, minha mãe – Regina Jaremko
Shahin Fardad
Pelos Quatros Cantos – Juliana Aguiar
Sirena pelirroja – Maruja Mallo
Las conchas vienen de la Naturaleza Viva de Maruja Mallo/Les coquillages viennent de la Naturaleza Viva de Maruja Mallo/As conchas veñen da Naturaleza Viva de Maruja Mallo/Le conchiglie vengono dalla Naturaleza Viva di Maruja Mallo/As conchas vêm da Naturaleza Viva de Maruja Mallo.

Gracias/Merci/Grazas/Grazie/Obrigado: Margarida Coelho, Annamaria Giaretta, Chose Portero.

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